La battaglia di Pavia (1525) tra mito e storia: la lettura di Davide Maffi

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Panoramica

Nella seconda conferenza del ciclo Batallas de la Era de los tercios, alla Fundación Juan March di Madrid, Davide Maffi dell'Università di Pavia ricostruisce la battaglia del 24 febbraio 1525. In quello scontro l'esercito francese fu sconfitto e il re Francesco I fu fatto prigioniero dalle truppe imperiali. Maffi segue il contesto politico, l'assedio e lo svolgimento dello scontro ora per ora. Arriva a una tesi che ridimensiona il mito: Pavia fu una vittoria spettacolare, ma a suo giudizio non fu una battaglia decisiva e non segnò la fine della cavalleria.

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Un dipinto infedele e il terrore della battaglia notturna

Maffi parte dal dipinto scelto per illustrare la conferenza. Avverte subito che nessuna delle numerose raffigurazioni della battaglia rispetta la verità storica. Quel quadro gli serve però per un dettaglio: i soldati in camicia bianca in prima fila sono gli spagnoli. La battaglia cominciò con una manovra notturna, e gli spagnoli avevano l'abitudine di indossare una camicia bianca sopra l'armatura per non uccidersi tra loro nel buio. È la cosiddetta encamisada.

Il relatore insiste sul fatto che combattere di notte era considerato un rischio terribile, anche da generali di epoca più recente. Cita Wellington, che in India si perse di notte con tutto il suo reggimento e da allora detestava le manovre notturne. Anche la data è insolita: febbraio è un mese strano per una battaglia, tanto più durante un assedio.

Aggiunge un'osservazione generale sulla guerra di età moderna. Nessuno rischiava volentieri una battaglia campale, perché non si sapeva mai come sarebbe finita e poteva trasformarsi in una partita perduta. Secondo Maffi vince chi commette meno errori. Lo stato maggiore può avere un piano splendido, ma dopo il primo colpo le cose non vanno mai come previsto.

Il 1519 e il cambio di rotta della politica spagnola in Italia

La data chiave del contesto è per Maffi il 1519, quando Carlo d'Asburgo diventa imperatore del Sacro Romano Impero. Da quel momento la politica spagnola in Italia cambia radicalmente. Fino ad allora era una politica catalano-aragonese, quella di Ferdinando il Cattolico: recuperare l'eredità aragonese, cioè soprattutto il Regno di Napoli, senza alcun interesse per l'Italia settentrionale. Il relatore richiama lo storico medievista britannico David Abulafia, che ha studiato la lotta per il potere nel Mediterraneo occidentale e la vocazione aragonese al controllo del Sud Italia e di quel mare.

Questa linea contrastava con quella castigliana. La Castiglia era alleata storica della Francia fin dal Medioevo e dalla Guerra dei Cent'anni. Con il cardinale Cisneros guardava piuttosto al Nord Africa, per completare la Reconquista su territori considerati antiche province romane e visigote. Da qui la costruzione, all'inizio del secolo, di presidi militari nordafricani come il Peñón o Melilla.

Con Carlo, invece, Milano diventa la chiave della politica imperiale. Il ducato era il collegamento con Genova e con il mondo tedesco, a cui Carlo era particolarmente legato. Qui Maffi apre una parentesi ironica sull'imperatore, che definisce "un castigliano peggiore di me". Secondo il relatore Carlo parlava perfettamente solo due lingue, il francese della corte borgognona e il fiammingo. Conosceva anche l'italiano, lingua dei diplomatici: all'incoronazione di Bologna tenne un discorso in un italiano quasi perfetto, con un po' di accento. Il suo spagnolo, invece, era "come quello del turista quando chiede una birra". Carlo non amava il vino e beveva birra, e il suo gran cancelliere era un italiano, Mercurino di Gattinara.

Secondo Maffi, controllare Milano voleva dire essere padroni dell'Italia. I francesi, per attaccare Napoli, dovevano passare da Milano. Chi dai territori ereditari del Tirolo voleva scendere in Italia doveva passare da Milano. Da lì si controllavano i piccoli ducati del Nord e soprattutto Genova, con i suoi banchieri. La guerra era ancora finanziata in buona parte dai banchieri tedeschi, ma i genovesi, "gente piuttosto sveglia", avevano già fiutato le potenzialità dell'argento americano. Formalmente Milano restava dentro il Sacro Romano Impero germanico, che però non era un territorio unitario.

1521: l'alleanza con il papa e la "guerra del pendolo"

Nel 1521 l'imperatore apre la guerra con la Francia per recuperare Milano, allora in mano francese. Lo fa alleandosi con il papa, cosa che Maffi definisce rara. La attribuisce all'abilità diplomatica, o meglio alla sua mancanza, di Francesco I: un bel re, buon cavaliere ma pessimo diplomatico, che sarebbe riuscito nell'impresa storiografica di rendere un papa amico di un imperatore tedesco. Il papa Medici voleva recuperare i ducati padani di Parma e Piacenza, controllati dal re di Francia, e li chiese a Francesco. Al rifiuto francese si schierò con l'imperatore. Nel 1521 l'esercito imperiale e pontificio invase il Milanese e lo occupò in poco tempo, perché non c'era un grande esercito francese a difenderlo. Il comando era affidato al nobile romano Prospero Colonna, che morì prima di Pavia. Maffi scherza sul fatto che tutti i personaggi di cui parla finiscono per morire.

Si apre così quella che il relatore chiama la fase del "pendolo": i francesi entrano in Italia e poi arretrano, gli imperiali contrattaccano e poi arretrano a loro volta. L'espressione, precisa, viene dalla storiografia britannica sulla guerra in Nord Africa nella Seconda guerra mondiale, con le sue avanzate e ritirate alterne.

Bicocca e Romagnano Sesia: la lezione delle armi da fuoco

Maffi si ferma su due battaglie che considera importanti per capire Pavia: la Bicocca, del 27 aprile 1522, e Romagnano Sesia, del 30 aprile 1524.

Alla Bicocca comandava Prospero Colonna, che aveva combattuto con il Gran Capitano e aveva sviluppato la potenza di fuoco. Colonna difese un campo fortificato circondato da paludi, in modo che la cavalleria francese non potesse aggirarlo, sulla strada per Milano. Oggi la Bicocca è dentro Milano, e il nome viene dal francese bicoque, termine per una piccola fortificazione senza valore, un castello cadente. I francesi lanciarono all'attacco al centro gli svizzeri, che vennero falciati dalle salve degli archibugieri. Secondo Maffi è una dinamica già vista a Cerignola all'inizio del secolo e che si ripeterà a Pavia: una delle prime esperienze del fuoco come elemento decisivo. Alcuni storici militari, riferisce, fanno nascere qui la contromarcia: gli archibugieri spagnoli sparano e ricaricano mentre un'altra fila fa fuoco. Gli svizzeri dovevano attraversare una pianura rasa e, quando arrivarono a contatto, avevano già perduto metà degli uomini. Fu una strage di svizzeri, e Maffi anticipa che avrà un peso anche a Pavia.

L'errore di Carlo di Borbone: Marsiglia invece di Lione

Nell'estate del 1524, dopo che gli imperiali hanno respinto il tentativo francese su Milano con la battaglia di Romagnano Sesia, Carlo di Borbone invade la Provenza. Borbone era cugino del re di Francia. Aveva avuto gravi problemi con la regina madre, che lo aveva privato di parte delle sue rendite patrimoniali, e per questo aveva tradito la corona. Maffi lo considera un comportamento tipico. La nobiltà difendeva prima di tutto il proprio patrimonio personale e, se il sovrano lo colpiva, si sentiva sciolta da ogni vincolo di fedeltà. Borbone passò al servizio dell'imperatore e propose di invadere la Provenza, convinto che la gente del posto, sua vassalla, avrebbe aperto le porte.

Gli obiettivi possibili erano Lione o Marsiglia. Il giudizio del relatore su Borbone è severo: né un grande politico né un grande generale. Scegliere Marsiglia fu un grave errore strategico, perché Lione apriva la porta al cuore della Francia e avrebbe permesso di minacciare direttamente Parigi. Marsiglia invece resistette. L'assalto generale di settembre fallì, e l'esercito rimase isolato, senza cibo e senza il controllo del mare. La flotta genovese, allora alleata del re, bloccò i rinforzi imperiali. Arrivò infine la notizia che il re di Francia stava radunando un forte esercito. Agli imperiali non restò che tornare indietro.

Francesco I anticipa tutti e prende Milano

Francesco I anticipa la manovra. Invece di marciare verso Marsiglia penetra in Italia e punta direttamente su Milano, passando per il Monginevro, allora uno dei passi più rapidi tra Francia e Piemonte. Occupa la fortezza di Pinerolo, che secondo Maffi sarà tra le principali fortezze nelle lunghe guerre del XVI e XVII secolo, perché controllava l'accesso alla pianura piemontese e padana e la strada per Torino.

Il relatore si concede una curiosità: Pinerolo fu la prima prigione della Maschera di ferro, e ancora oggi la città celebra una festa legata al personaggio. Del castello, però, non resta nulla. La grande fortezza fu rasa al suolo alla fine del Seicento, quando il re di Francia fu costretto a restituirla. La Maschera passò poi con il suo carceriere in altri castelli fino alla Bastiglia.

Mentre Francesco scendeva da nord, Borbone rientrava lungo la via mediterranea, passando per Nizza, allora territorio del duca di Savoia, e per la strada costiera verso Genova. Maffi la descrive come una strada stretta tra mare e monti, la meno indicata per un esercito. La rotta del nord era più rapida, e il re arrivò per primo a Milano.

A Milano il governatore imperiale della Lombardia era, secondo il relatore, un giovane di 21 anni, compagno di gioventù di Carlo, con un nome altisonante ma nessuna esperienza militare. Nell'ottobre 1524 si decise di non difendere la città. La guarnigione imperiale si chiuse nel castello. Maffi precisa che il Castello Sforzesco che si vede oggi è in larga parte una reinvenzione ottocentesca. La torre del Filarete, all'ingresso, nel 1524 non esisteva più: la polveriera era esplosa per un fulmine e la torre era crollata. Le mura esterne furono abbattute in età napoleonica. Il 26 ottobre Francesco I entrò a Milano.

Eserciti che si sciolgono: malattie, diserzioni, presidi

A questo punto il relatore spiega perché gli eserciti dell'epoca si riducevano così rapidamente. La principale causa di morte non era il campo di battaglia ma la malattia. Nei mesi di accampamento si diffondevano la dissenteria e la sifilide, che era contagiosa. Porta come esempio lo scavo delle fosse comuni della battaglia di Wittstock, nella Guerra dei Trent'anni, dove gli studiosi tedeschi hanno trovato tracce di sifilide. La malattia uccideva lentamente, anche in tre anni, ma i suoi effetti sul sistema nervoso centrale erano molto debilitanti.

A questo si aggiungevano le diserzioni: un soldato non pagato doveva comunque mangiare. Un esercito poteva iniziare una campagna con 20.000 uomini e ritrovarsi dopo tre mesi decimato da epidemie, diserzioni e distaccamenti lasciati a presidiare posizioni.

Maffi riporta anche una stima: in una guerra di età moderna, su dieci morti sei muoiono di malattia, tre per le ferite e uno direttamente in battaglia. Nella medicina dell'epoca vede comunque un grande progresso, perché per la prima volta il medico era tenuto a estrarre la pallottola dal corpo. Aggiunge poi un aneddoto sull'uso delle fonti. Nella storia della Repubblica italiana, racconta, il giorno di mortalità più bassa fu quello di uno sciopero generale dei medici. La lettura più semplice sarebbe che i medici non servono. La realtà è che un medico in sciopero non firma i certificati di morte. Ne conclude che una fonte storica va sempre interpretata.

Perché Pavia: la scelta sbagliata del re

Dopo Milano, gli imperiali si ritirano a Lodi, a circa 30 chilometri. Milano, Lodi e Pavia formano un triangolo di una trentina di chilometri per lato. Qui Maffi individua il primo errore di Francesco I. Per un generale la cosa più importante era distruggere l'esercito nemico, e quello imperiale era a pezzi: bisognava dargli il colpo di grazia. Il re invece, seguendo i consigli del maresciallo La Palice e dell'ammiraglio Bonnivet, marciò su Pavia. La Palice è uno dei consiglieri a cui si attribuisce la colpa del disastro. Sia lui sia Bonnivet morirono a Pavia, e secondo Maffi pagarono così caro il loro errore.

Il relatore spiega perché la scelta cadde su Pavia. Era una città imperiale, con una nobiltà ghibellina di antica fedeltà all'imperatore: già nelle guerre comunali del XII secolo Pavia stava dalla parte dell'imperatore e non di Milano. Inoltre ospitava un forte presidio imperiale di circa 5-6.000 veterani, con una componente spagnola e un po' di cavalleria.

La minaccia sulla città comincia il 24 ottobre, quando si avvicina l'avanguardia francese, e l'assedio vero e proprio inizia il 28 con l'arrivo del re. Maffi sottolinea le difficoltà di un assedio invernale. Pavia sta sul Ticino, nella parte più bassa della pianura padana, a circa 100 metri sul livello del mare, in una pianura paludosa. D'estate ci sono le zanzare, d'inverno si scavano trincee in un terreno pieno d'acqua. Accenna anche al cambiamento climatico a partire dal 1560 e all'umidità costante, con le nebbie del mattino che rendono il paesaggio adatto a un romanzo gotico di fantasmi. Chiede al pubblico di ricordarsi di queste nebbie per il racconto della battaglia.

L'esercito francese: numeri, gendarmi e cavalleria leggera

Sui numeri Maffi invita alla prudenza. Gli autori danno cifre diverse, e in età moderna nessun sovrano e nessun generale sapeva davvero quanti soldati avesse. All'inizio dell'assedio le stime parlano di circa 30.000 fanti e 2.300 lance di cavalleria pesata. Questa era l'antica cavalleria nobiliare francese, carica di ferro, destinata a vincere la battaglia con la carica. Il nobile serviva il re quando veniva convocato il ban e l'arrière-ban, e si presentava con il cavallo e tre, quattro o cinque servitori.

C'erano poi circa 1.400 cavalieri leggeri, con una semplice pettorina e un piccolo cappello di ferro, detto in italiano "cappelletto", che serviva a parare i colpi di sciabola al volto. Si occupavano di ricognizione, inseguimento e guerriglia. Maffi ricorda che la guerriglia è antica quanto il mondo. Il compito principale di questi reparti, e più tardi di dragoni e archibugieri a cavallo, era devastare le linee di rifornimento nemiche.

L'esercito francese dovette anche lasciare circa 6.000 uomini a Milano, perché nel castello restavano 2-3.000 soldati imperiali. Maffi ricorda che un esercito marciava tra i 20 e i 35 chilometri al giorno, spesso meno a causa delle strade. Quella tra Milano e Pavia era un'antica strada romana che d'inverno diventava un pantano, dove un carro si impantanava facilmente. All'inizio di febbraio, stando alle cifre riportate, le forze francesi davanti a Pavia si erano ridotte a circa 24.000 fanti e 1.500 lance.

Il secondo errore: dividere l'esercito

Il secondo errore di Francesco I, secondo Maffi, fu la reazione alla notizia che stavano arrivando dalla Germania i veterani di Frundsberg. Il re decise di distaccare parte dell'esercito, al comando del duca di Albany, per tentare la conquista di Napoli.

Nelle file francesi, come in quelle imperiali, c'era moltissima fanteria italiana, accanto a spagnoli, lanzichenecchi e svizzeri. Al campo francese arrivarono 4.500 veterani italiani guidati da Giovanni dalle Bande Nere, parente del papa e padre del futuro granduca di Toscana Cosimo, allora di orientamento antimperiale. Giovanni però non combatté a Pavia. Fu ferito durante l'assedio e dovette tornare a casa per curarsi. Maffi ne ricorda anche la fine: morì nel 1527, a meno di 30 anni, quando un colpo d'artiglieria gli ferì la gamba. La gamba fu amputata, ma troppo tardi, e morì di cancrena.

Antonio de Leyva e la difesa della città

La città era comandata da Antonio de Leyva, veterano spagnolo di lunghissimo corso, molto amato dalla popolazione. Maffi riprende da uno storico inglese la tesi che una piazza resiste per tre ragioni. La prima è una guarnigione forte e composta da veterani. La seconda è la possibilità di essere soccorsa: Lodi era a 30 chilometri, con un esercito amico pronto a intervenire, e bisognava resistere finché arrivava. La terza è la volontà della popolazione. Pavia era una città imperiale e sapeva che cosa sarebbe accaduto sotto i francesi. Il relatore precisa che per "popolazione" intende chi aveva davvero il potere: patrizi, nobili, ricchi. Al contadino o al povero abitante era indifferente, perché poteva essere ucciso dai francesi come dagli imperiali.

Quanto alla guarnigione, Maffi elenca circa 4.000 lanzichenecchi e 1.000 fanti spagnoli. C'erano poi 200 uomini d'arme spagnoli, cioè cavalleria pesante, tra cui però probabilmente molti italiani, e 200 cavalleggeri italiani o "albanesi", come si diceva allora. Venivano dal Regno di Napoli, e alcuni discendevano davvero dagli albanesi fuggiti davanti all'avanzata turca. Maffi ricorda che in Puglia e in Calabria esistono ancora comunità che parlano dialetti albanesi. Le milizie locali non entrarono in gioco. Per il relatore un buon soldato richiedeva anni di formazione, perché nel corpo a corpo tra quadrati di picche si moriva soprattutto di dissanguamento, e serviva un notevole spirito per restare in posizione a dare e parare colpi.

L'assedio: brecce, ponti, il parco e le cinque abbazie

L'assedio si stringe a novembre, e la prima breccia si apre il 28 ottobre. Pavia aveva ancora mura medievali, senza fortificazioni moderne. Leyva allora fece costruire nello spazio tra le mura e la città una serie di muraglie difensive provvisorie, così che i francesi, entrati dalla breccia, si trovassero davanti una nuova linea di difesa.

Il 10 novembre i francesi presero il ridotto del Ponte Vecchio sul Ticino. Maffi avverte che nelle mappe del Cinque-Seicento l'orientamento è capovolto rispetto al nostro, con il sud in alto, un'eredità della cartografia medievale: in certi portolani l'Africa sta sopra l'Europa. I francesi tentarono di deviare il corso del Ticino, ma era novembre e una piena travolse i lavori, che furono abbandonati. Costruirono invece un ponte di barche per collegare le truppe a nord e a sud della città. Le truppe a sud, anticipa il relatore, non parteciperanno alla battaglia.

Il teatro della battaglia fu il grande parco visconteo del duca di Milano, la riserva di caccia che arrivava fino alla Certosa. Maffi insiste su un punto. Il parco era cintato non per ragioni difensive ma per impedire ai contadini di entrare e mangiarsi i cervi del principe. Al centro sorgeva il Mirabello, che non era un castello militare ma un palazzetto dove il duca soggiornava durante le cacce. Il suo fossato serviva solo a tenere fuori i visitatori sgraditi. La sua posizione a metà del parco sarà determinante. Il relatore lamenta che oggi l'edificio sia in pessimo stato.

Dopo l'apertura di varie brecce, il 21 novembre i francesi lanciano l'assalto generale, soprattutto da ovest, dalla porta di San Lorenzo, e da est, dal settore delle "cinque abbazie". Erano cinque abbazie fuori le mura, oggi scomparse: Santo Spirito, San Paolo, San Giacomo, San Pietro e San Lazzaro. Lì i francesi avevano schierato soprattutto gli svizzeri. L'assalto fu un disastro e i francesi persero migliaia di uomini. Decisero allora di prendere la città per fame, invece di lanciarsi ancora a testa bassa come un toro contro il fuoco dei difensori.

Leyva però non restava con le mani in mano. Organizzò una serie di sortite notturne. In una di queste gli uomini entrarono nell'accampamento italiano e sgozzarono 700 soldati: un'encamisada, specialità spagnola. Attaccarono anche gli svizzeri a San Salvatore. Maffi lo sottolinea perché spiega un aspetto psicologico della battaglia. All'inizio di febbraio, quando arrivarono i soccorsi, i francesi erano da settimane in attesa di un nemico che non attaccava mai. Quando l'attacco arrivò davvero, non ci credettero, come nella favola di Pierino e il lupo.

L'esercito di soccorso e il problema dei soldi

Tra i comandanti dell'esercito di soccorso, il vero militare veterano è per Maffi il marchese di Pescara. L'esercito era composto soprattutto da fanteria tedesca, 7-8.000 lanzichenecchi di Frundsberg, uno dei grandi imprenditori militari tedeschi. Il relatore spiega che uomini come Frundsberg anticipavano la paga di tasca propria, con i loro capitani, sperando che poi l'imperatore li rimborsasse. Le forze imperiali si concentrarono e marciarono per Sant'Angelo Lodigiano. Il 3 febbraio arrivarono a Pavia e posero il campo di fronte alla Casa dei Levrieri e alla Porta del Gallo, uno degli ingressi al parco.

Pescara non attaccò le posizioni francesi, trincerate, perché assaltare un campo fortificato sarebbe stato un massacro. Per tre settimane i due eserciti si fronteggiarono. I francesi non attaccavano perché erano trincerati, e gli imperiali attendevano. Intanto la comunicazione con i difensori era continua. Leyva fece sapere che i suoi lanzichenecchi non erano pagati. Per pagarli aveva fuso l'argento delle chiese e coniato monete d'assedio, alcune delle quali sono ancora conservate nei musei, ma ormai non restava più niente da fondere.

Il problema del denaro valeva anche per l'esercito di soccorso. Pescara doveva pagare i tedeschi, reclutati con grande fatica e spesa, altrimenti in poche settimane l'esercito si sarebbe dissolto. Da qui nasce il piano. Un attacco frontale era escluso. L'idea era prendere il Mirabello, al centro del parco, per tagliare in due la linea francese, mentre la guarnigione usciva da nord. Il Mirabello ospitava il quartier generale e il parco d'artiglieria francese. A quel punto i francesi avrebbero dovuto dare battaglia o ritirarsi, e in entrambi i casi l'obiettivo era raggiunto. Maffi precisa che gli imperiali avrebbero preferito una ritirata senza combattimento.

Le forze in campo: punti di forza e debolezze

Secondo le stime citate, gli imperiali avevano circa 20.000 fanti e poca cavalleria. I francesi, che ne avevano circa 30.000 in totale, all'inizio di febbraio potevano contare su circa 25.000 effettivi.

Il punto di forza francese era la gendarmeria, la cavalleria pesante feudale. Il gendarme era corazzato, armato di spada, lancia, mazza e martello, ed era addestrato alla guerra fin dai sei o sette anni. L'armatura dipendeva dal portafoglio, dice Maffi, come per chi compra un'auto. Fu l'armatura a salvare la vita a Francesco I, che poteva permettersi il meglio del meglio: il re andava in battaglia "con una Ferrari". La Palice, nobile e grande guerriero ma piuttosto povero, "con una Fiat Panda".

Gli svizzeri al servizio francese erano in maggioranza reclute. Bicocca e Marignano erano state un salasso di veterani, e a Pavia la gran parte degli svizzeri non aveva esperienza di guerra. Un vero punto di forza erano invece i lanzichenecchi veterani della famosa Banda Nera, circa 4.000 uomini al servizio della Francia. Secondo Maffi non se ne salvò nemmeno uno, perché da parte imperiale fu dato l'ordine di non fare prigionieri e di sgozzarli tutti. Gli italiani di Giovanni de' Medici, anch'essi veterani, non erano presenti. La fanteria francese propriamente detta, i guasconi, è descritta dal relatore come di pessima reputazione. Maffi ricorda anche che nella battaglia di picche le prime file erano le più corazzate, perché dovevano sostenere l'urto della carica nemica.

Dal lato imperiale il punto di forza erano i veterani spagnoli, mentre il grosso erano 10-12.000 lanzichenecchi tedeschi. La cavalleria era scarsa e di cattiva qualità, e Maffi spiega perché. Un buon cavallo con una buona armatura valeva, secondo alcuni calcoli, quanto 70-100 vacche: un intero patrimonio. Il cavaliere tedesco medio, "nobilissimo" ma padrone di un villaggio con quattro vacche, un curato e tre contadini, non era disposto a giocarsi il patrimonio di famiglia in uno scontro. Maffi ricorda il 1356, quando la cattura del re di Francia rovinò molte famiglie francesi, che persero i cavalli e dovettero pagare i riscatti.

C'era poi il problema di procurarsi i cavalli. Non si trovavano in Francia ma in Ungheria, che si stava perdendo contro i turchi, e in Polonia. Il mitico cavallo da guerra dell'età moderna sarà più tardi il purosangue inglese. Il cavallo inoltre beveva enormi quantità d'acqua e moriva rapidamente, per malattia o per incidente: con una zampa rotta andava abbattuto. Ogni anno bisognava rimpiazzarne migliaia.

Gli archibugieri spagnoli sparavano e poi si riparavano dietro le picche. Sui lanzichenecchi Maffi smonta la leggenda. Erano mercenari avventurieri, indifferenti al fatto di servire l'imperatore o il re di Francia, e seguivano chi pagava. Solo nell'Ottocento, con il Romanticismo e l'epoca delle guerre napoleoniche, nacque la mitologia del lanzichenecco come eroe patriottico tedesco.

La notte del 24 febbraio: la breccia nel muro del parco

Maffi racconta la battaglia per fasce orarie. Verso le dieci di sera gli imperiali escono dall'accampamento e aggirano il muro del parco. Il relatore ribadisce che non era un muro difensivo. Serviva a proteggere la cacciagione del duca, e la legge del ducato puniva con la morte chi uccideva un cervo. Filippo II, aggiunge, trasformò più tardi la pena capitale nella condanna alle galere di Napoli.

Sul punto d'ingresso nel parco ci sono teorie diverse. Alcuni indicano la Porta Pescarina, a nord, altri un punto un po' più a sud. La differenza è di circa un chilometro. Per aprire le brecce bisognava lavorare con picconi e pale e allargare il varco abbastanza da far passare cavalli e uomini d'arme, e il rumore era inevitabile. Per coprirlo Pescara ordinò all'artiglieria imperiale di sparare con tutto ciò che aveva contro la Torre del Gallo e la Casa dei Levrieri.

Verso le quattro del mattino il comandante francese di quel settore si accorge che sta succedendo qualcosa. Dispone di pochissimi uomini, dopo tre settimane di attesa e di falsi allarmi, e manda a chiamare il signore di Fleuranges, che si trovava alla Torre del Gallo, un paio di chilometri più a sud. Fleuranges accorre con tutta la fanteria svizzera ai suoi ordini per rinforzare il settore nord: saranno i primi a entrare in battaglia. Ma, sottolinea Maffi, nessuno pensa di avvisare il re, che si trovava nel suo accampamento. All'alba le truppe di Pescara sono in massa dentro il parco. Il primo scontro è tra l'avanguardia di cavalleria francese e la cavalleria imperiale.

Gli imperiali perdono subito la poca artiglieria che si erano portati dietro, circa una dozzina di pezzi. Le cifre variano secondo le fonti. Combatteranno quindi senza artiglieria, perché quella pesante non si poteva spostare. Un grande pezzo richiedeva fino a 200 animali, e restava ferma anche l'artiglieria francese, salvo alcuni pezzi. Gli imperiali conquistano il Mirabello, e il campo francese è tagliato in due.

L'alba: il silenzio, la sortita e il crollo svizzero

Verso le sei del mattino Leyva dà il segnale concordato per la sortita. Di colpo i cannoni imperiali smettono di sparare e cala un silenzio assoluto. Maffi invita a immaginarlo. L'età moderna era un mondo senza rumore, a differenza del nostro, abituato al traffico e ai treni come il turista che in campagna non sopporta il silenzio. Poi dall'accampamento imperiale parte una salva, e la guarnigione esce con tutti gli uomini disponibili, perfino i malati. Davanti a loro c'erano gli svizzeri di Fleuranges, che marciavano verso nord.

Solo allora Francesco I si rende conto che qualcosa non va. Manda Bonnivet a vedere che cosa sta succedendo, ma in un'alba di febbraio, nella nebbia, non si vede nulla. Al Mirabello gli imperiali uccidono tutti quelli che trovano e si fortificano, aiutati da un terreno con fossati, boschi e paludi dove ci si poteva nascondere.

Verso le sette i lanzichenecchi di Frundsberg attaccano gli svizzeri e, secondo il relatore, li liquidano in un quarto d'ora o venti minuti. Erano veterani tedeschi contro reclute scese dalle montagne. Pescara con i suoi 4.000 archibugieri spagnoli si trova intanto nella zona del Mirabello.

Il re entra in battaglia: artiglieria, cavalleria e il massacro

Con circa tre ore di ritardo, Francesco I esce dall'accampamento con tutto l'esercito. In avanguardia c'è la cavalleria pesante, al centro i lanzichenecchi della Banda Nera, dietro italiani e svizzeri. Una batteria francese di dodici pezzi si piazza vicino al Mirabello e apre il fuoco contro i tedeschi. Verso le 7:40, racconta Maffi, il re crede che la sua artiglieria stia facendo un'ottima strage. In realtà, quando i cannoni sparavano, i tedeschi si gettavano a terra, e i pezzi francesi non uccisero praticamente nessuno. Convinto di avere indebolito il nemico, il re ordina la carica.

La cavalleria pesante francese carica. Gli archibugieri spagnoli, schierati sul fianco e protetti dal bosco, aprono un fuoco massiccio, mirando in realtà ai cavalli. Un cavaliere disarcionato, con 30-35 chili di ferro addosso, faticava enormemente a rialzarsi. Maffi smentisce la leggenda dei cavalieri issati in sella con una gru: con settanta chili di muscoli e trentacinque di ferro ci si muove "come Frankenstein", ma ci si muove. Il problema era rialzarsi da terra in mezzo alla mischia.

Frundsberg, eliminata la resistenza svizzera, si sposta sull'altro lato e affronta i lanzichenecchi della Banda Nera al servizio della Francia. Per Maffi è il momento cruciale e anche quello del massacro più completo. I francesi fuggono verso sud. Gli svizzeri sono presi dal panico, e alla Torre del Gallo quelli rimasti aprono le porte ai compagni in fuga, che hanno gettato le armi e sono inseguiti dai lanzichenecchi. Fuggono anche dal settore delle abbazie verso il fiume, dove avviene un'altra grande strage. Nella furia della battaglia, osserva il relatore, quando il nemico non si difende più arriva il momento del massacro.

Il re prigioniero e la fuga nel Ticino

Lo scontro principale davanti al Mirabello si conclude con l'annientamento delle formazioni francesi: le bande tedesche al servizio del re cessano di esistere. Gli spagnoli catturano la batteria di dodici pezzi. Il re di Francia viene fatto prigioniero, e con questo la battaglia di fatto finisce, a metà mattina.

Molti svizzeri cercavano di attraversare il Ticino sui ponti di barche. Il capitano francese che comandava quel settore, vedendo arrivare i tedeschi, ordinò di tagliarli, e moltissimi annegarono. Maffi ricorda che era febbraio e che in quell'acqua si resisteva pochi minuti, per giunta vestiti. Il Ticino era anche un fiume pericoloso da attraversare a nuoto. Aggiunge una battuta sul fatto che nessun italiano ci si tufferebbe nemmeno oggi.

Il duca d'Alençon, principe del sangue e comandante delle truppe a sud del fiume, ordinò la ritirata. Quelle truppe se ne andarono senza aver sparato un colpo. La battaglia era durata circa tre ore e mezza.

Sulle perdite francesi le fonti non concordano. Si va da un minimo di 3.500 morti, secondo il cronista veneziano Marin Sanudo, fino a 15.000. Maffi ritiene che i francesi abbiano lasciato sul terreno tra 10.000 e 11.000 morti. Le perdite imperiali furono minime, tra 400 e 1.000.

Chi catturò Francesco I non si sa con certezza, e sono fiorite varie leggende. Nell'Ottocento nacque quella di un archibugiere biscaglino, a cui il relatore dichiara di non credere. Secondo la tradizione, a catturare il re mentre fuggiva dal campo furono tre cavalieri spagnoli: Juan de Urbieta, Alonso Pita da Veiga e Diego Dávila. Maffi esprime dubbi anche sulla spada conservata in un museo di Parigi e attribuita a Francesco I: non crede che fosse davvero la sua.

Una battaglia decisiva? La conclusione di Maffi

In chiusura il relatore si chiede se Pavia sia stata davvero una battaglia decisiva, e risponde di no. L'esercito imperiale, dopo la vittoria, di fatto cessò di esistere. Non c'era denaro per pagarlo, e arrivò la peste, che uccise anche il comandante spagnolo. Maffi spiega che gli storici militari considerano decisiva una battaglia che pone fine alla guerra. Pavia non lo fece: la guerra con la Francia continuò e, pur con il re prigioniero, la monarchia francese sopravvisse. Il confronto è con battaglie come Panipat, dove il sovrano Moghul uccise il sultano di Delhi e conquistò un impero, o Mohács, dove Solimano sconfisse e uccise il re Luigi d'Ungheria. In quei casi, dice, un regno scomparve dalla notte alla mattina.

La seconda domanda è se a Pavia la cavalleria abbia perduto definitivamente il suo ruolo. Anche qui Maffi risponde di no. Pavia fu eccezionale soprattutto per la cattura del re di Francia, non per un tramonto della cavalleria sul campo di battaglia. Cita San Quintino come battaglia in cui la cavalleria fu decisiva e sostiene che restò sempre un elemento portante degli eserciti. Non tanto nella carica disperata contro posizioni fortificate, quanto nel ruolo di avvistare il nemico, tagliargli le linee di rifornimento e inseguire le truppe in ritirata. Che Pavia chiuda un'epoca, conclude, è una leggenda: la cavalleria rimase un'arma importante fino all'invenzione della mitragliatrice.