La battaglia di Pavia (1525) tra mito e storia: la lettura di Davide Maffi
Fundación Juan MarchNella seconda conferenza del ciclo Batallas de la Era de los tercios, alla Fundación Juan March di Madrid, Davide Maffi dell'Università di Pavia ricostruisce la battaglia del 24 febbraio 1525. In quello scontro l'esercito francese fu sconfitto e il re Francesco I fu fatto prigioniero dalle truppe imperiali. Maffi segue il contesto politico, l'assedio e lo svolgimento dello scontro ora per ora. Arriva a una tesi che ridimensiona il mito: Pavia fu una vittoria spettacolare, ma a suo giudizio non fu una battaglia decisiva e non segnò la fine della cavalleria.
Un dipinto infedele e il terrore della battaglia notturna
Maffi parte dal dipinto scelto per illustrare la conferenza. Avverte subito che nessuna delle numerose raffigurazioni della battaglia rispetta la verità storica. Quel quadro gli serve però per un dettaglio: i soldati in camicia bianca in prima fila sono gli spagnoli. La battaglia cominciò con una manovra notturna, e gli spagnoli avevano l'abitudine di indossare una camicia bianca sopra l'armatura per non uccidersi tra loro nel buio. È la cosiddetta encamisada.
Il relatore insiste sul fatto che combattere di notte era considerato un rischio terribile, anche da generali di epoca più recente. Cita Wellington, che in India si perse di notte con tutto il suo reggimento e da allora detestava le manovre notturne. Anche la data è insolita: febbraio è un mese strano per una battaglia, tanto più durante un assedio.
Aggiunge un'osservazione generale sulla guerra di età moderna. Nessuno rischiava volentieri una battaglia campale, perché non si sapeva mai come sarebbe finita e poteva trasformarsi in una partita perduta. Secondo Maffi vince chi commette meno errori. Lo stato maggiore può avere un piano splendido, ma dopo il primo colpo le cose non vanno mai come previsto.
Il 1519 e il cambio di rotta della politica spagnola in Italia
La data chiave del contesto è per Maffi il 1519, quando Carlo d'Asburgo diventa imperatore del Sacro Romano Impero. Da quel momento la politica spagnola in Italia cambia radicalmente. Fino ad allora era una politica catalano-aragonese, quella di Ferdinando il Cattolico: recuperare l'eredità aragonese, cioè soprattutto il Regno di Napoli, senza alcun interesse per l'Italia settentrionale. Il relatore richiama lo storico medievista britannico David Abulafia, che ha studiato la lotta per il potere nel Mediterraneo occidentale e la vocazione aragonese al controllo del Sud Italia e di quel mare.
Questa linea contrastava con quella castigliana. La Castiglia era alleata storica della Francia fin dal Medioevo e dalla Guerra dei Cent'anni. Con il cardinale Cisneros guardava piuttosto al Nord Africa, per completare la Reconquista su territori considerati antiche province romane e visigote. Da qui la costruzione, all'inizio del secolo, di presidi militari nordafricani come il Peñón o Melilla.
Con Carlo, invece, Milano diventa la chiave della politica imperiale. Il ducato era il collegamento con Genova e con il mondo tedesco, a cui Carlo era particolarmente legato. Qui Maffi apre una parentesi ironica sull'imperatore, che definisce "un castigliano peggiore di me". Secondo il relatore Carlo parlava perfettamente solo due lingue, il francese della corte borgognona e il fiammingo. Conosceva anche l'italiano, lingua dei diplomatici: all'incoronazione di Bologna tenne un discorso in un italiano quasi perfetto, con un po' di accento. Il suo spagnolo, invece, era "come quello del turista quando chiede una birra". Carlo non amava il vino e beveva birra, e il suo gran cancelliere era un italiano, Mercurino di Gattinara.
Secondo Maffi, controllare Milano voleva dire essere padroni dell'Italia. I francesi, per attaccare Napoli, dovevano passare da Milano. Chi dai territori ereditari del Tirolo voleva scendere in Italia doveva passare da Milano. Da lì si controllavano i piccoli ducati del Nord e soprattutto Genova, con i suoi banchieri. La guerra era ancora finanziata in buona parte dai banchieri tedeschi, ma i genovesi, "gente piuttosto sveglia", avevano già fiutato le potenzialità dell'argento americano. Formalmente Milano restava dentro il Sacro Romano Impero germanico, che però non era un territorio unitario.
1521: l'alleanza con il papa e la "guerra del pendolo"
Nel 1521 l'imperatore apre la guerra con la Francia per recuperare Milano, allora in mano francese. Lo fa alleandosi con il papa, cosa che Maffi definisce rara. La attribuisce all'abilità diplomatica, o meglio alla sua mancanza, di Francesco I: un bel re, buon cavaliere ma pessimo diplomatico, che sarebbe riuscito nell'impresa storiografica di rendere un papa amico di un imperatore tedesco. Il papa Medici voleva recuperare i ducati padani di Parma e Piacenza, controllati dal re di Francia, e li chiese a Francesco. Al rifiuto francese si schierò con l'imperatore. Nel 1521 l'esercito imperiale e pontificio invase il Milanese e lo occupò in poco tempo, perché non c'era un grande esercito francese a difenderlo. Il comando era affidato al nobile romano Prospero Colonna, che morì prima di Pavia. Maffi scherza sul fatto che tutti i personaggi di cui parla finiscono per morire.
Si apre così quella che il relatore chiama la fase del "pendolo": i francesi entrano in Italia e poi arretrano, gli imperiali contrattaccano e poi arretrano a loro volta. L'espressione, precisa, viene dalla storiografia britannica sulla guerra in Nord Africa nella Seconda guerra mondiale, con le sue avanzate e ritirate alterne.
Bicocca e Romagnano Sesia: la lezione delle armi da fuoco
Maffi si ferma su due battaglie che considera importanti per capire Pavia: la Bicocca, del 27 aprile 1522, e Romagnano Sesia, del 30 aprile 1524.
Alla Bicocca comandava Prospero Colonna, che aveva combattuto con il Gran Capitano e aveva sviluppato la potenza di fuoco. Colonna difese un campo fortificato circondato da paludi, in modo che la cavalleria francese non potesse aggirarlo, sulla strada per Milano. Oggi la Bicocca è dentro Milano, e il nome viene dal francese bicoque, termine per una piccola fortificazione senza valore, un castello cadente. I francesi lanciarono all'attacco al centro gli svizzeri, che vennero falciati dalle salve degli archibugieri. Secondo Maffi è una dinamica già vista a Cerignola all'inizio del secolo e che si ripeterà a Pavia: una delle prime esperienze del fuoco come elemento decisivo. Alcuni storici militari, riferisce, fanno nascere qui la contromarcia: gli archibugieri spagnoli sparano e ricaricano mentre un'altra fila fa fuoco. Gli svizzeri dovevano attraversare una pianura rasa e, quando arrivarono a contatto, avevano già perduto metà degli uomini. Fu una strage di svizzeri, e Maffi anticipa che avrà un peso anche a Pavia.
L'errore di Carlo di Borbone: Marsiglia invece di Lione
Nell'estate del 1524, dopo che gli imperiali hanno respinto il tentativo francese su Milano con la battaglia di Romagnano Sesia, Carlo di Borbone invade la Provenza. Borbone era cugino del re di Francia. Aveva avuto gravi problemi con la regina madre, che lo aveva privato di parte delle sue rendite patrimoniali, e per questo aveva tradito la corona. Maffi lo considera un comportamento tipico. La nobiltà difendeva prima di tutto il proprio patrimonio personale e, se il sovrano lo colpiva, si sentiva sciolta da ogni vincolo di fedeltà. Borbone passò al servizio dell'imperatore e propose di invadere la Provenza, convinto che la gente del posto, sua vassalla, avrebbe aperto le porte.
Gli obiettivi possibili erano Lione o Marsiglia. Il giudizio del relatore su Borbone è severo: né un grande politico né un grande generale. Scegliere Marsiglia fu un grave errore strategico, perché Lione apriva la porta al cuore della Francia e avrebbe permesso di minacciare direttamente Parigi. Marsiglia invece resistette. L'assalto generale di settembre fallì, e l'esercito rimase isolato, senza cibo e senza il controllo del mare. La flotta genovese, allora alleata del re, bloccò i rinforzi imperiali. Arrivò infine la notizia che il re di Francia stava radunando un forte esercito. Agli imperiali non restò che tornare indietro.
Francesco I anticipa tutti e prende Milano
Francesco I anticipa la manovra. Invece di marciare verso Marsiglia penetra in Italia e punta direttamente su Milano, passando per il Monginevro, allora uno dei passi più rapidi tra Francia e Piemonte. Occupa la fortezza di Pinerolo, che secondo Maffi sarà tra le principali fortezze nelle lunghe guerre del XVI e XVII secolo, perché controllava l'accesso alla pianura piemontese e padana e la strada per Torino.
Il relatore si concede una curiosità: Pinerolo fu la prima prigione della Maschera di ferro, e ancora oggi la città celebra una festa legata al personaggio. Del castello, però, non resta nulla. La grande fortezza fu rasa al suolo alla fine del Seicento, quando il re di Francia fu costretto a restituirla. La Maschera passò poi con il suo carceriere in altri castelli fino alla Bastiglia.
Mentre Francesco scendeva da nord, Borbone rientrava lungo la via mediterranea, passando per Nizza, allora territorio del duca di Savoia, e per la strada costiera verso Genova. Maffi la descrive come una strada stretta tra mare e monti, la meno indicata per un esercito. La rotta del nord era più rapida, e il re arrivò per primo a Milano.
A Milano il governatore imperiale della Lombardia era, secondo il relatore, un giovane di 21 anni, compagno di gioventù di Carlo, con un nome altisonante ma nessuna esperienza militare. Nell'ottobre 1524 si decise di non difendere la città. La guarnigione imperiale si chiuse nel castello. Maffi precisa che il Castello Sforzesco che si vede oggi è in larga parte una reinvenzione ottocentesca. La torre del Filarete, all'ingresso, nel 1524 non esisteva più: la polveriera era esplosa per un fulmine e la torre era crollata. Le mura esterne furono abbattute in età napoleonica. Il 26 ottobre Francesco I entrò a Milano.
Eserciti che si sciolgono: malattie, diserzioni, presidi
A questo punto il relatore spiega perché gli eserciti dell'epoca si riducevano così rapidamente. La principale causa di morte non era il campo di battaglia ma la malattia. Nei mesi di accampamento si diffondevano la dissenteria e la sifilide, che era contagiosa. Porta come esempio lo scavo delle fosse comuni della battaglia di Wittstock, nella Guerra dei Trent'anni, dove gli studiosi tedeschi hanno trovato tracce di sifilide. La malattia uccideva lentamente, anche in tre anni, ma i suoi effetti sul sistema nervoso centrale erano molto debilitanti.
A questo si aggiungevano le diserzioni: un soldato non pagato doveva comunque mangiare. Un esercito poteva iniziare una campagna con 20.000 uomini e ritrovarsi dopo tre mesi decimato da epidemie, diserzioni e distaccamenti lasciati a presidiare posizioni.
Maffi riporta anche una stima: in una guerra di età moderna, su dieci morti sei muoiono di malattia, tre per le ferite e uno direttamente in battaglia. Nella medicina dell'epoca vede comunque un grande progresso, perché per la prima volta il medico era tenuto a estrarre la pallottola dal corpo. Aggiunge poi un aneddoto sull'uso delle fonti. Nella storia della Repubblica italiana, racconta, il giorno di mortalità più bassa fu quello di uno sciopero generale dei medici. La lettura più semplice sarebbe che i medici non servono. La realtà è che un medico in sciopero non firma i certificati di morte. Ne conclude che una fonte storica va sempre interpretata.
Perché Pavia: la scelta sbagliata del re
Dopo Milano, gli imperiali si ritirano a Lodi, a circa 30 chilometri. Milano, Lodi e Pavia formano un triangolo di una trentina di chilometri per lato. Qui Maffi individua il primo errore di Francesco I. Per un generale la cosa più importante era distruggere l'esercito nemico, e quello imperiale era a pezzi: bisognava dargli il colpo di grazia. Il re invece, seguendo i consigli del maresciallo La Palice e dell'ammiraglio Bonnivet, marciò su Pavia. La Palice è uno dei consiglieri a cui si attribuisce la colpa del disastro. Sia lui sia Bonnivet morirono a Pavia, e secondo Maffi pagarono così caro il loro errore.
Il relatore spiega perché la scelta cadde su Pavia. Era una città imperiale, con una nobiltà ghibellina di antica fedeltà all'imperatore: già nelle guerre comunali del XII secolo Pavia stava dalla parte dell'imperatore e non di Milano. Inoltre ospitava un forte presidio imperiale di circa 5-6.000 veterani, con una componente spagnola e un po' di cavalleria.
La minaccia sulla città comincia il 24 ottobre, quando si avvicina l'avanguardia francese, e l'assedio vero e proprio inizia il 28 con l'arrivo del re. Maffi sottolinea le difficoltà di un assedio invernale. Pavia sta sul Ticino, nella parte più bassa della pianura padana, a circa 100 metri sul livello del mare, in una pianura paludosa. D'estate ci sono le zanzare, d'inverno si scavano trincee in un terreno pieno d'acqua. Accenna anche al cambiamento climatico a partire dal 1560 e all'umidità costante, con le nebbie del mattino che rendono il paesaggio adatto a un romanzo gotico di fantasmi. Chiede al pubblico di ricordarsi di queste nebbie per il racconto della battaglia.
L'esercito francese: numeri, gendarmi e cavalleria leggera
Sui numeri Maffi invita alla prudenza. Gli autori danno cifre diverse, e in età moderna nessun sovrano e nessun generale sapeva davvero quanti soldati avesse. All'inizio dell'assedio le stime parlano di circa 30.000 fanti e 2.300 lance di cavalleria pesata. Questa era l'antica cavalleria nobiliare francese, carica di ferro, destinata a vincere la battaglia con la carica. Il nobile serviva il re quando veniva convocato il ban e l'arrière-ban, e si presentava con il cavallo e tre, quattro o cinque servitori.
C'erano poi circa 1.400 cavalieri leggeri, con una semplice pettorina e un piccolo cappello di ferro, detto in italiano "cappelletto", che serviva a parare i colpi di sciabola al volto. Si occupavano di ricognizione, inseguimento e guerriglia. Maffi ricorda che la guerriglia è antica quanto il mondo. Il compito principale di questi reparti, e più tardi di dragoni e archibugieri a cavallo, era devastare le linee di rifornimento nemiche.
L'esercito francese dovette anche lasciare circa 6.000 uomini a Milano, perché nel castello restavano 2-3.000 soldati imperiali. Maffi ricorda che un esercito marciava tra i 20 e i 35 chilometri al giorno, spesso meno a causa delle strade. Quella tra Milano e Pavia era un'antica strada romana che d'inverno diventava un pantano, dove un carro si impantanava facilmente. All'inizio di febbraio, stando alle cifre riportate, le forze francesi davanti a Pavia si erano ridotte a circa 24.000 fanti e 1.500 lance.
Il secondo errore: dividere l'esercito
Il secondo errore di Francesco I, secondo Maffi, fu la reazione alla notizia che stavano arrivando dalla Germania i veterani di Frundsberg. Il re decise di distaccare parte dell'esercito, al comando del duca di Albany, per tentare la conquista di Napoli.
Nelle file francesi, come in quelle imperiali, c'era moltissima fanteria italiana, accanto a spagnoli, lanzichenecchi e svizzeri. Al campo francese arrivarono 4.500 veterani italiani guidati da Giovanni dalle Bande Nere, parente del papa e padre del futuro granduca di Toscana Cosimo, allora di orientamento antimperiale. Giovanni però non combatté a Pavia. Fu ferito durante l'assedio e dovette tornare a casa per curarsi. Maffi ne ricorda anche la fine: morì nel 1527, a meno di 30 anni, quando un colpo d'artiglieria gli ferì la gamba. La gamba fu amputata, ma troppo tardi, e morì di cancrena.
Antonio de Leyva e la difesa della città
La città era comandata da Antonio de Leyva, veterano spagnolo di lunghissimo corso, molto amato dalla popolazione. Maffi riprende da uno storico inglese la tesi che una piazza resiste per tre ragioni. La prima è una guarnigione forte e composta da veterani. La seconda è la possibilità di essere soccorsa: Lodi era a 30 chilometri, con un esercito amico pronto a intervenire, e bisognava resistere finché arrivava. La terza è la volontà della popolazione. Pavia era una città imperiale e sapeva che cosa sarebbe accaduto sotto i francesi. Il relatore precisa che per "popolazione" intende chi aveva davvero il potere: patrizi, nobili, ricchi. Al contadino o al povero abitante era indifferente, perché poteva essere ucciso dai francesi come dagli imperiali.
Quanto alla guarnigione, Maffi elenca circa 4.000 lanzichenecchi e 1.000 fanti spagnoli. C'erano poi 200 uomini d'arme spagnoli, cioè cavalleria pesante, tra cui però probabilmente molti italiani, e 200 cavalleggeri italiani o "albanesi", come si diceva allora. Venivano dal Regno di Napoli, e alcuni discendevano davvero dagli albanesi fuggiti davanti all'avanzata turca. Maffi ricorda che in Puglia e in Calabria esistono ancora comunità che parlano dialetti albanesi. Le milizie locali non entrarono in gioco. Per il relatore un buon soldato richiedeva anni di formazione, perché nel corpo a corpo tra quadrati di picche si moriva soprattutto di dissanguamento, e serviva un notevole spirito per restare in posizione a dare e parare colpi.
L'assedio: brecce, ponti, il parco e le cinque abbazie
L'assedio si stringe a novembre, e la prima breccia si apre il 28 ottobre. Pavia aveva ancora mura medievali, senza fortificazioni moderne. Leyva allora fece costruire nello spazio tra le mura e la città una serie di muraglie difensive provvisorie, così che i francesi, entrati dalla breccia, si trovassero davanti una nuova linea di difesa.
Il 10 novembre i francesi presero il ridotto del Ponte Vecchio sul Ticino. Maffi avverte che nelle mappe del Cinque-Seicento l'orientamento è capovolto rispetto al nostro, con il sud in alto, un'eredità della cartografia medievale: in certi portolani l'Africa sta sopra l'Europa. I francesi tentarono di deviare il corso del Ticino, ma era novembre e una piena travolse i lavori, che furono abbandonati. Costruirono invece un ponte di barche per collegare le truppe a nord e a sud della città. Le truppe a sud, anticipa il relatore, non parteciperanno alla battaglia.
Il teatro della battaglia fu il grande parco visconteo del duca di Milano, la riserva di caccia che arrivava fino alla Certosa. Maffi insiste su un punto. Il parco era cintato non per ragioni difensive ma per impedire ai contadini di entrare e mangiarsi i cervi del principe. Al centro sorgeva il Mirabello, che non era un castello militare ma un palazzetto dove il duca soggiornava durante le cacce. Il suo fossato serviva solo a tenere fuori i visitatori sgraditi. La sua posizione a metà del parco sarà determinante. Il relatore lamenta che oggi l'edificio sia in pessimo stato.
Dopo l'apertura di varie brecce, il 21 novembre i francesi lanciano l'assalto generale, soprattutto da ovest, dalla porta di San Lorenzo, e da est, dal settore delle "cinque abbazie". Erano cinque abbazie fuori le mura, oggi scomparse: Santo Spirito, San Paolo, San Giacomo, San Pietro e San Lazzaro. Lì i francesi avevano schierato soprattutto gli svizzeri. L'assalto fu un disastro e i francesi persero migliaia di uomini. Decisero allora di prendere la città per fame, invece di lanciarsi ancora a testa bassa come un toro contro il fuoco dei difensori.
Leyva però non restava con le mani in mano. Organizzò una serie di sortite notturne. In una di queste gli uomini entrarono nell'accampamento italiano e sgozzarono 700 soldati: un'encamisada, specialità spagnola. Attaccarono anche gli svizzeri a San Salvatore. Maffi lo sottolinea perché spiega un aspetto psicologico della battaglia. All'inizio di febbraio, quando arrivarono i soccorsi, i francesi erano da settimane in attesa di un nemico che non attaccava mai. Quando l'attacco arrivò davvero, non ci credettero, come nella favola di Pierino e il lupo.
L'esercito di soccorso e il problema dei soldi
Tra i comandanti dell'esercito di soccorso, il vero militare veterano è per Maffi il marchese di Pescara. L'esercito era composto soprattutto da fanteria tedesca, 7-8.000 lanzichenecchi di Frundsberg, uno dei grandi imprenditori militari tedeschi. Il relatore spiega che uomini come Frundsberg anticipavano la paga di tasca propria, con i loro capitani, sperando che poi l'imperatore li rimborsasse. Le forze imperiali si concentrarono e marciarono per Sant'Angelo Lodigiano. Il 3 febbraio arrivarono a Pavia e posero il campo di fronte alla Casa dei Levrieri e alla Porta del Gallo, uno degli ingressi al parco.
Pescara non attaccò le posizioni francesi, trincerate, perché assaltare un campo fortificato sarebbe stato un massacro. Per tre settimane i due eserciti si fronteggiarono. I francesi non attaccavano perché erano trincerati, e gli imperiali attendevano. Intanto la comunicazione con i difensori era continua. Leyva fece sapere che i suoi lanzichenecchi non erano pagati. Per pagarli aveva fuso l'argento delle chiese e coniato monete d'assedio, alcune delle quali sono ancora conservate nei musei, ma ormai non restava più niente da fondere.
Il problema del denaro valeva anche per l'esercito di soccorso. Pescara doveva pagare i tedeschi, reclutati con grande fatica e spesa, altrimenti in poche settimane l'esercito si sarebbe dissolto. Da qui nasce il piano. Un attacco frontale era escluso. L'idea era prendere il Mirabello, al centro del parco, per tagliare in due la linea francese, mentre la guarnigione usciva da nord. Il Mirabello ospitava il quartier generale e il parco d'artiglieria francese. A quel punto i francesi avrebbero dovuto dare battaglia o ritirarsi, e in entrambi i casi l'obiettivo era raggiunto. Maffi precisa che gli imperiali avrebbero preferito una ritirata senza combattimento.
Le forze in campo: punti di forza e debolezze
Secondo le stime citate, gli imperiali avevano circa 20.000 fanti e poca cavalleria. I francesi, che ne avevano circa 30.000 in totale, all'inizio di febbraio potevano contare su circa 25.000 effettivi.
Il punto di forza francese era la gendarmeria, la cavalleria pesante feudale. Il gendarme era corazzato, armato di spada, lancia, mazza e martello, ed era addestrato alla guerra fin dai sei o sette anni. L'armatura dipendeva dal portafoglio, dice Maffi, come per chi compra un'auto. Fu l'armatura a salvare la vita a Francesco I, che poteva permettersi il meglio del meglio: il re andava in battaglia "con una Ferrari". La Palice, nobile e grande guerriero ma piuttosto povero, "con una Fiat Panda".
Gli svizzeri al servizio francese erano in maggioranza reclute. Bicocca e Marignano erano state un salasso di veterani, e a Pavia la gran parte degli svizzeri non aveva esperienza di guerra. Un vero punto di forza erano invece i lanzichenecchi veterani della famosa Banda Nera, circa 4.000 uomini al servizio della Francia. Secondo Maffi non se ne salvò nemmeno uno, perché da parte imperiale fu dato l'ordine di non fare prigionieri e di sgozzarli tutti. Gli italiani di Giovanni de' Medici, anch'essi veterani, non erano presenti. La fanteria francese propriamente detta, i guasconi, è descritta dal relatore come di pessima reputazione. Maffi ricorda anche che nella battaglia di picche le prime file erano le più corazzate, perché dovevano sostenere l'urto della carica nemica.
Dal lato imperiale il punto di forza erano i veterani spagnoli, mentre il grosso erano 10-12.000 lanzichenecchi tedeschi. La cavalleria era scarsa e di cattiva qualità, e Maffi spiega perché. Un buon cavallo con una buona armatura valeva, secondo alcuni calcoli, quanto 70-100 vacche: un intero patrimonio. Il cavaliere tedesco medio, "nobilissimo" ma padrone di un villaggio con quattro vacche, un curato e tre contadini, non era disposto a giocarsi il patrimonio di famiglia in uno scontro. Maffi ricorda il 1356, quando la cattura del re di Francia rovinò molte famiglie francesi, che persero i cavalli e dovettero pagare i riscatti.
C'era poi il problema di procurarsi i cavalli. Non si trovavano in Francia ma in Ungheria, che si stava perdendo contro i turchi, e in Polonia. Il mitico cavallo da guerra dell'età moderna sarà più tardi il purosangue inglese. Il cavallo inoltre beveva enormi quantità d'acqua e moriva rapidamente, per malattia o per incidente: con una zampa rotta andava abbattuto. Ogni anno bisognava rimpiazzarne migliaia.
Gli archibugieri spagnoli sparavano e poi si riparavano dietro le picche. Sui lanzichenecchi Maffi smonta la leggenda. Erano mercenari avventurieri, indifferenti al fatto di servire l'imperatore o il re di Francia, e seguivano chi pagava. Solo nell'Ottocento, con il Romanticismo e l'epoca delle guerre napoleoniche, nacque la mitologia del lanzichenecco come eroe patriottico tedesco.
La notte del 24 febbraio: la breccia nel muro del parco
Maffi racconta la battaglia per fasce orarie. Verso le dieci di sera gli imperiali escono dall'accampamento e aggirano il muro del parco. Il relatore ribadisce che non era un muro difensivo. Serviva a proteggere la cacciagione del duca, e la legge del ducato puniva con la morte chi uccideva un cervo. Filippo II, aggiunge, trasformò più tardi la pena capitale nella condanna alle galere di Napoli.
Sul punto d'ingresso nel parco ci sono teorie diverse. Alcuni indicano la Porta Pescarina, a nord, altri un punto un po' più a sud. La differenza è di circa un chilometro. Per aprire le brecce bisognava lavorare con picconi e pale e allargare il varco abbastanza da far passare cavalli e uomini d'arme, e il rumore era inevitabile. Per coprirlo Pescara ordinò all'artiglieria imperiale di sparare con tutto ciò che aveva contro la Torre del Gallo e la Casa dei Levrieri.
Verso le quattro del mattino il comandante francese di quel settore si accorge che sta succedendo qualcosa. Dispone di pochissimi uomini, dopo tre settimane di attesa e di falsi allarmi, e manda a chiamare il signore di Fleuranges, che si trovava alla Torre del Gallo, un paio di chilometri più a sud. Fleuranges accorre con tutta la fanteria svizzera ai suoi ordini per rinforzare il settore nord: saranno i primi a entrare in battaglia. Ma, sottolinea Maffi, nessuno pensa di avvisare il re, che si trovava nel suo accampamento. All'alba le truppe di Pescara sono in massa dentro il parco. Il primo scontro è tra l'avanguardia di cavalleria francese e la cavalleria imperiale.
Gli imperiali perdono subito la poca artiglieria che si erano portati dietro, circa una dozzina di pezzi. Le cifre variano secondo le fonti. Combatteranno quindi senza artiglieria, perché quella pesante non si poteva spostare. Un grande pezzo richiedeva fino a 200 animali, e restava ferma anche l'artiglieria francese, salvo alcuni pezzi. Gli imperiali conquistano il Mirabello, e il campo francese è tagliato in due.
L'alba: il silenzio, la sortita e il crollo svizzero
Verso le sei del mattino Leyva dà il segnale concordato per la sortita. Di colpo i cannoni imperiali smettono di sparare e cala un silenzio assoluto. Maffi invita a immaginarlo. L'età moderna era un mondo senza rumore, a differenza del nostro, abituato al traffico e ai treni come il turista che in campagna non sopporta il silenzio. Poi dall'accampamento imperiale parte una salva, e la guarnigione esce con tutti gli uomini disponibili, perfino i malati. Davanti a loro c'erano gli svizzeri di Fleuranges, che marciavano verso nord.
Solo allora Francesco I si rende conto che qualcosa non va. Manda Bonnivet a vedere che cosa sta succedendo, ma in un'alba di febbraio, nella nebbia, non si vede nulla. Al Mirabello gli imperiali uccidono tutti quelli che trovano e si fortificano, aiutati da un terreno con fossati, boschi e paludi dove ci si poteva nascondere.
Verso le sette i lanzichenecchi di Frundsberg attaccano gli svizzeri e, secondo il relatore, li liquidano in un quarto d'ora o venti minuti. Erano veterani tedeschi contro reclute scese dalle montagne. Pescara con i suoi 4.000 archibugieri spagnoli si trova intanto nella zona del Mirabello.
Il re entra in battaglia: artiglieria, cavalleria e il massacro
Con circa tre ore di ritardo, Francesco I esce dall'accampamento con tutto l'esercito. In avanguardia c'è la cavalleria pesante, al centro i lanzichenecchi della Banda Nera, dietro italiani e svizzeri. Una batteria francese di dodici pezzi si piazza vicino al Mirabello e apre il fuoco contro i tedeschi. Verso le 7:40, racconta Maffi, il re crede che la sua artiglieria stia facendo un'ottima strage. In realtà, quando i cannoni sparavano, i tedeschi si gettavano a terra, e i pezzi francesi non uccisero praticamente nessuno. Convinto di avere indebolito il nemico, il re ordina la carica.
La cavalleria pesante francese carica. Gli archibugieri spagnoli, schierati sul fianco e protetti dal bosco, aprono un fuoco massiccio, mirando in realtà ai cavalli. Un cavaliere disarcionato, con 30-35 chili di ferro addosso, faticava enormemente a rialzarsi. Maffi smentisce la leggenda dei cavalieri issati in sella con una gru: con settanta chili di muscoli e trentacinque di ferro ci si muove "come Frankenstein", ma ci si muove. Il problema era rialzarsi da terra in mezzo alla mischia.
Frundsberg, eliminata la resistenza svizzera, si sposta sull'altro lato e affronta i lanzichenecchi della Banda Nera al servizio della Francia. Per Maffi è il momento cruciale e anche quello del massacro più completo. I francesi fuggono verso sud. Gli svizzeri sono presi dal panico, e alla Torre del Gallo quelli rimasti aprono le porte ai compagni in fuga, che hanno gettato le armi e sono inseguiti dai lanzichenecchi. Fuggono anche dal settore delle abbazie verso il fiume, dove avviene un'altra grande strage. Nella furia della battaglia, osserva il relatore, quando il nemico non si difende più arriva il momento del massacro.
Il re prigioniero e la fuga nel Ticino
Lo scontro principale davanti al Mirabello si conclude con l'annientamento delle formazioni francesi: le bande tedesche al servizio del re cessano di esistere. Gli spagnoli catturano la batteria di dodici pezzi. Il re di Francia viene fatto prigioniero, e con questo la battaglia di fatto finisce, a metà mattina.
Molti svizzeri cercavano di attraversare il Ticino sui ponti di barche. Il capitano francese che comandava quel settore, vedendo arrivare i tedeschi, ordinò di tagliarli, e moltissimi annegarono. Maffi ricorda che era febbraio e che in quell'acqua si resisteva pochi minuti, per giunta vestiti. Il Ticino era anche un fiume pericoloso da attraversare a nuoto. Aggiunge una battuta sul fatto che nessun italiano ci si tufferebbe nemmeno oggi.
Il duca d'Alençon, principe del sangue e comandante delle truppe a sud del fiume, ordinò la ritirata. Quelle truppe se ne andarono senza aver sparato un colpo. La battaglia era durata circa tre ore e mezza.
Sulle perdite francesi le fonti non concordano. Si va da un minimo di 3.500 morti, secondo il cronista veneziano Marin Sanudo, fino a 15.000. Maffi ritiene che i francesi abbiano lasciato sul terreno tra 10.000 e 11.000 morti. Le perdite imperiali furono minime, tra 400 e 1.000.
Chi catturò Francesco I non si sa con certezza, e sono fiorite varie leggende. Nell'Ottocento nacque quella di un archibugiere biscaglino, a cui il relatore dichiara di non credere. Secondo la tradizione, a catturare il re mentre fuggiva dal campo furono tre cavalieri spagnoli: Juan de Urbieta, Alonso Pita da Veiga e Diego Dávila. Maffi esprime dubbi anche sulla spada conservata in un museo di Parigi e attribuita a Francesco I: non crede che fosse davvero la sua.
Una battaglia decisiva? La conclusione di Maffi
In chiusura il relatore si chiede se Pavia sia stata davvero una battaglia decisiva, e risponde di no. L'esercito imperiale, dopo la vittoria, di fatto cessò di esistere. Non c'era denaro per pagarlo, e arrivò la peste, che uccise anche il comandante spagnolo. Maffi spiega che gli storici militari considerano decisiva una battaglia che pone fine alla guerra. Pavia non lo fece: la guerra con la Francia continuò e, pur con il re prigioniero, la monarchia francese sopravvisse. Il confronto è con battaglie come Panipat, dove il sovrano Moghul uccise il sultano di Delhi e conquistò un impero, o Mohács, dove Solimano sconfisse e uccise il re Luigi d'Ungheria. In quei casi, dice, un regno scomparve dalla notte alla mattina.
La seconda domanda è se a Pavia la cavalleria abbia perduto definitivamente il suo ruolo. Anche qui Maffi risponde di no. Pavia fu eccezionale soprattutto per la cattura del re di Francia, non per un tramonto della cavalleria sul campo di battaglia. Cita San Quintino come battaglia in cui la cavalleria fu decisiva e sostiene che restò sempre un elemento portante degli eserciti. Non tanto nella carica disperata contro posizioni fortificate, quanto nel ruolo di avvistare il nemico, tagliargli le linee di rifornimento e inseguire le truppe in ritirata. Che Pavia chiuda un'epoca, conclude, è una leggenda: la cavalleria rimase un'arma importante fino all'invenzione della mitragliatrice.
Prima di tutto, fermiamoci un secondo sul dipinto che ho scelto per illustrare la conferenza, che è uno dei molti che esistono sulla battaglia di Pavia. Nessuno rispetta la verità della battaglia, chiaramente: sono necessità artistiche. Però lo faccio vedere semplicemente perché vedete che quelli in camicia bianca sono gli spagnoli, che vanno in prima fila perché, chiaro, la battaglia comincia con la manovra notturna. Era costume degli spagnoli mettersi questa camicia bianca per evitare di uccidersi tra loro al buio, dove non si vede perfettamente.
Ci sono generali dell'età moderna che hanno paura di una battaglia notturna. Wellington, dopo quello che gli successe in India, dove si perse con tutto il suo reggimento, odiava fare manovre di notte: combattere di notte è un pericolo terribile.
Bene, 24 febbraio 1525: una data, febbraio, un po' strana per una battaglia, soprattutto durante un assedio. Prima di tutto un piccolo contesto storico, perché la battaglia non nasce dal nulla: c'è sempre un contesto storico.
Inoltre la battaglia moderna è un caso peculiare: nessuno rischia davvero una battaglia. Non si sa mai come può finire; puoi averla in mano e all'improvviso diventa una partita terribile. Inoltre, nell'età moderna la battaglia la vince chi commette meno errori. Un capo di stato maggiore dirà: sì, il piano è stupendo. Il problema è che, una volta partito il primo sparo, non va mai come si era pensato.
Ho posto una data fondamentale: il 1519, quando Carlo diventa imperatore del Sacro Romano Impero. La politica della Spagna in Italia muta radicalmente. Fino a questo momento la Spagna ha una politica catalano-aragonese. La politica di Ferdinando il Cattolico rispetto all'Italia è recuperare l'eredità aragonese, principalmente il Regno di Napoli; il Nord Italia non gli interessa in nessun modo. È l'antica politica che, come dice David Abulafia, storico medievista britannico che ha studiato il Basso Medioevo, è la lotta per il potere nel Mediterraneo occidentale: la via politica del controllo del Sud Italia e del Mediterraneo occidentale. È in contrasto con la politica castigliana.
La Castiglia è alleata storica della Francia fino all'inizio delle guerre d'Italia, un'alleanza storica che viene dal Medioevo, dalla guerra dei Cent'anni, un'alleanza forte con la Francia. E la politica castigliana, del cardinale Cisneros, guarda non all'Italia ma al Nord Africa: completare la Reconquista, le due Mauritanie, antiche province romane che dovevano essere province visigote, e recuperare l'antica eredità. All'inizio del secolo gli spagnoli costruiscono alcune installazioni militari, i presidi del Nord Africa, dal Peñón alla fortezza di Ceuta o di Melilla, e nel mezzo c'è di tutto, come i romani.
E Milano diventa uno Stato imperiale per un paio di ragioni. Milano è importante perché è la connessione con Genova e la connessione con il mondo tedesco, al quale Carlo è particolarmente legato, e con il mar Mediterraneo. Con tutto rispetto, il signor Carlo parlava un castigliano peggiore del mio. Parlava solo due lingue perfettamente: il fiammingo di Gand e la lingua della corte borgognona, il francese. Parlava anche l'italiano, perché è la lingua dei diplomatici: quando lo incoronarono a Bologna fece un discorso in italiano, un italiano quasi perfetto con un po' di accento. Però il suo spagnolo era come quello del turista quando chiede una birra. Inoltre all'imperatore non piaceva il vino: era un bevitore di birra. Il suo gran cancelliere era un italiano, il signor di Gattinara.
Milano è importante perché è la chiave d'Italia: se controlli Milano sei il padrone di tutta l'Italia. Guarda: i francesi, per passare ad attaccare Napoli, devono passare per Milano; se tu segui la via verso il Tirolo, verso i territori ereditari, devi passare per Milano. Con Milano controlli tutti i piccoli ducati del Nord Italia, controlli Genova, e si sa che i banchieri genovesi diventeranno molto importanti. In questo periodo la guerra viene ancora finanziata dai banchieri tedeschi, però anche i genovesi, che sono uomini d'affari piuttosto svegli, hanno fiutato la potenzialità del denaro dei domini imperiali d'America: l'oro e l'argento d'America cominciano a essere interessanti.
In questo quadro si colloca la situazione di Milano. Milano sta nel mezzo del Sacro Romano Impero germanico, che non è un territorio unito ma è ancora molto importante. E nel 1521 l'imperatore comincia la sua guerra con la Francia per il recupero di Milano, che è controllata dai francesi.
Chiaramente la guerra comincia con l'alleanza con il papa, che è qui: una cosa rara. Di Francesco I si dice che era bello, che gli piacevano le donne, però come diplomatico no, non era il suo mestiere. È riuscito a ottenere una grandissima novità storiografica: un papa che si fa amico di un imperatore di Germania. Chiaro, il papa vuole recuperare i ducati padani di Parma e Piacenza, controllati dal re di Francia, e gli dice: guarda, Francesco, dammi i ducati, che sono della Santa Romana Chiesa. Chiaro, il francese, molto francese, rifiutò. Va bene: allora con l'imperatore. E nel 1521 l'esercito imperiale e del papa invade Milano; in poco tempo occupano il ducato, perché non c'è un grande esercito francese, e comincia una fase della guerra che io chiamo del pendolo.
Qualcuno di voi avrà un pendolo in casa. Pam, pam. Attacco, contrattacco. Attacco, contrattacco. C'è sempre una manovra con i francesi che entrano in Italia e tornano indietro, gli spagnoli che contrattaccano e tornano indietro. In realtà la manovra del pendolo la coniò la storiografia britannica per la Seconda guerra mondiale nel Nord Africa: vanno avanti gli uni, indietro, avanti gli altri. Qui è la stessa identica cosa.
Per questo succede qui, ve lo dico: l'alleanza con Leone X de' Medici, che chiede la restituzione di Parma e Piacenza, e del ducato di Milano; la guerra la conduce un nobile romano, Prospero Colonna, che muore prima di Pavia, però muore da formidabile. Tutti i personaggi di cui parlo con questo signore muoiono. Lautrec, il francese di Milano, viene sconfitto e se ne va l'anno seguente.
In questo pendolo fermiamoci un secondo sulla Bicocca, del 27 aprile 1522, e su Romagnano Sesia, del 30 aprile, perché sono due battaglie importanti per Pavia, per due motivi. La Bicocca: Prospero Colonna, che ha combattuto con il Gran Capitano, sviluppa la sua potenza di fuoco e praticamente difende un campo fortificato, che sta qui, circondato da paludi, in modo che la cavalleria francese non può aggirarlo, e la strada per Milano. Oggi la Bicocca sta nel centro di Milano. Bicocca è un termine francese, la bicoque, che è una piccola fortificazione di nessun valore, un castello che sta crollando.
Praticamente all'attacco: gli archibugieri, gli svizzeri al centro, massacrati dalle fucilate degli archibugieri. Una cosa che si era vista a Cerignola, in Italia, all'inizio del secolo, e si ripeterà a Pavia. Cioè è una delle prime esperienze del fuoco. Alcuni storici militari dicono che qui nasce la contromarcia: gli archibugieri spagnoli sparano, ricaricano l'arma mentre l'altra linea sta sparando, e gli svizzeri devono avanzare in pianura rasa, e quando arrivano hanno praticamente perso la metà degli uomini, e gli archibugieri li caricano. Ricordatelo, perché è un massacro di svizzeri e avrà un impatto a Pavia, in un modo che vedremo.
Estate del 1525: dopo che gli imperiali hanno sconfitto il tentativo francese su Milano con la battaglia di Romagnano Sesia, Carlo di Borbone decide di invadere la Provenza. Si sa perfettamente che il Borbone è cugino del re di Francia; ha avuto qualche problema con la regina madre, che l'ha privato di parte della sua eredità patrimoniale, e il tizio ha tradito la corona di Francia. È abbastanza tipico, ve lo dico perché la nobiltà prima di tutto difendeva il suo patrimonio personale, anche andando contro il sovrano quando il suo patrimonio personale era in gioco, come in questa occasione; e il tizio si sentiva libero da ogni vincolo di fedeltà e passò a servire l'imperatore.
Disse: la Provenza, perché la gente di Provenza sono miei vassalli e sicuramente apriranno le porte. L'obiettivo: Lione o Marsiglia. Carlo di Borbone, Carlo III di Borbone, si vede che non era né un gran politico né un gran generale, con tutto rispetto: sceglie Marsiglia. Errore strategico grave: Lione apre la porta al cuore della Francia, da lì si può minacciare direttamente Parigi; a Marsiglia, invece, uno che ci va si perde. Inoltre disse: voglio Marsiglia perché sono tutti miei amici; appena mi vedono arrivare mi offriranno un po' di vino. No: la città resiste; praticamente l'assalto generale del 21 settembre fallisce e deve ritirarsi. L'esercito è senza cibo, isolato. Non ha il controllo del mare, e dal mare non si può controllare nulla. Incredibile: l'armata genovese, che in quel momento è alleata del re, blocca ogni tentativo dell'armata imperiale, e soprattutto c'è notizia che il re di Francia sta accumulando un forte esercito per marciare contro di lui. Bene, torniamo a casa.
Francesco I anticipa la manovra di Carlo di Borbone: non marcia su Marsiglia, penetra in Italia, attacca direttamente Milano, passa per il Monginevro, che ancora oggi è uno dei passi rapidi per passare dal Piemonte alla Francia, e occupa la fortezza di Pinerolo, che sarà una delle fortezze principali in tutte le lunghe guerre del XVI e XVII secolo, perché controlla il passo d'accesso alla pianura padana, alla pianura piemontese, e la strada di Torino.
Piccola notizia storica: è la prima prigione della Maschera di ferro. Ancora oggi a Pinerolo c'è la festa della Maschera di ferro. Del castello non resta nulla: l'hanno raso al suolo alla fine del XVII secolo, proprio quando il re di Francia è obbligato a restituirlo; la fortezza enorme viene rasa al suolo per intero, smantellata. Però praticamente i primi anni di prigionia la Maschera li passa a Pinerolo, e poi segue il suo carceriere in tutti i castelli, fino alla Bastiglia: quando il carceriere diventa governatore della Bastiglia, se ne va con lui. Sulla Maschera di ferro non vi dirò altro, perché non è questione.
Da Pinerolo passa per Torino ed entra in territorio milanese. Ricordate: Carlo III di Borbone sta tornando con quello che resta dell'esercito per la rotta mediterranea. Segue la rotta qui, passa per il territorio del sud, di Nizza, oggi chiaramente francese ma allora territorio del duca di Savoia, e percorre la rotta marittima. Francesco I passa qui al nord e lo anticipa: è la rotta rapida quella del nord, perché una volta passate le Alpi sei in pianura, mentre la via Aurelia, come si chiama, da Genova per 20 miglia è una strada stretta tra il mare e la terra, la meno indicata per far passare un esercito. Però bene, lo anticipa e arriva prima a Milano.
Il governatore imperiale di Lombardia era un compagno di gioventù dell'imperatore, un tizio che in quel momento ha 21 anni ed esperienza militare nessuna, uno degli amici borgognoni. Valoroso, però esperienza militare zero: non difendiamo la città. Ottobre, siamo nel 1524: la guarnigione imperiale si ritira nel castello di Milano, non quello che vedete oggi, che è un'invenzione di fine Ottocento, quando un architetto decise di costruire il castello come doveva essere. Però effettivamente ha subito varie modifiche. La torre del Filarete, il torrione che vedete all'entrata, nel 1524 non esisteva: esplose, perché conteneva la polveriera; un fulmine colpì la polveriera e saltò in aria. Inoltre tutta la muraglia esterna oggi non esiste: la tirarono giù all'età di Napoleone. E il 26 ottobre Francesco I ha ottenuto tutto: entra a Milano, capitale della Lombardia.
L'esercito imperiale, con pochi soldati, si ritira. Gli eserciti della prima età moderna si sfaldano per varie questioni. La maggiore mortalità non è sul campo di battaglia ma la malattia: in mesi di accampamento uno si prende la dissenteria. La sifilide è contagiosa. Ci sono studi sui campi di battaglia per recuperare le ossa dei soldati morti: a Wittstock, una battaglia della Guerra dei Trent'anni, i tedeschi hanno trovato la fossa comune. La sifilide era mortale, chiaro: morivi male, ci volevano forse 3 anni, però non so se un medico sa quali sono gli effetti della sifilide sul sistema nervoso centrale; una malattia molto debilitante.
Poi le diserzioni: il soldato, se non viene pagato, deve comunque mangiare. Un esercito può cominciare tranquillamente una campagna con 20.000 uomini e dopo 3 mesi si ritrova ridotto, tra epidemie, diserzioni o il dover lasciare soldati a presidiare qualche posizione. Bene, eccoci: Milano, Lodi. Lodi-Milano, 30 km; Milano-Pavia, la stessa distanza. Tutto si gioca in un triangolo di 30 per 30 per 30.
Non insegue l'esercito che si ritira, mentre chiaramente per un generale dell'epoca la cosa più importante era distruggere l'esercito nemico, e l'esercito era distrutto: bastava dargli il colpo di grazia. No: seguendo il parere del cavaliere de La Palice e dell'ammiraglio de Bonnivet, marcia su Pavia. Chabannes de La Palice, uno dei consiglieri di Francesco I, al quale si dà la colpa del disastro: andiamo a Pavia. E l'altro, il signor de Bonnivet, grande ammiraglio di Francia. Muoiono a Pavia: pagano cara la decisione errata. Non inseguiamo, marciamo su Pavia.
Perché marciano su Pavia? Perché Pavia è una città imperiale. Primo punto: la nobiltà di Pavia è una nobiltà ghibellina, come dicono gli italiani, di antica tradizione di fedeltà all'imperatore; dalla guerra dei Comuni, nel XII secolo, Pavia sta dalla parte dell'imperatore, non di Milano. E secondo, perché a Pavia c'è un forte presidio militare imperiale: 5-6.000 soldati veterani, di cui 4.000 spagnoli, e un po' di cavalleria. Pertanto Francesco I si convince: assediamo Pavia.
Pavia viene minacciata il 24 ottobre, quando l'avanguardia francese si avvicina, però l'assedio vero comincia il 28, con l'arrivo del re di Francia. C'è un problema: si sta cominciando un assedio in inverno, con tutte le difficoltà. Tenete presente che Pavia sta su un fiume, il Ticino, nella parte più bassa della pianura padana, a 100 metri sul livello del mare, in una pianura paludosa: d'estate le zanzare, un'umidità terribile; d'inverno pensate a scavare trincee in un terreno paludoso, pieno d'acqua: un disastro. Inoltre bisogna tener presente che in quel periodo faceva ancora più caldo: c'è un cambio climatico a partire dal 1560.
A Milano c'è l'umidità: c'è sempre, la mattina, questa nebbia che copre un po' la vista e confonde; è l'ideale per ambientare un romanzo gotico di fantasmi, leggende di fantasmi. Negli assedi ci sono brume. Ricordatevi questa, come si chiama, la nebbia: ve lo dico perché la ricorderete quando ci sarà la battaglia.
Vedremo che l'esercito francese ha avuto molte perdite; sono arrivati i suoi rinforzi, però ha avuto molte perdite. Si calcola, chiaramente — ci sono vari autori, varie cifre; i numeri nella storia moderna bisogna sempre trattarli con molta cautela, perché nessun sovrano, nessun generale sapeva mai quanti soldati avesse effettivamente — però per questo assedio le cifre sono: 130.000 fanti e 2.300 lance, che è la cavalleria pesante, l'antica cavalleria nobiliare francese, quelli che vanno carichi di ferro per vincere la battaglia. Il nobile va a servire il suo re quando c'è l'arrière-ban: il re di Francia ordina ai suoi nobili che bisogna fare la guerra, venite con il cavallo e 3, 4, 5 servitori. E 1.400 cavalleggeri, che è la nuova cavalleria, cioè non più corazzata: ha semplicemente un pettorale e un piccolo cappellino di ferro — può darsi che qualcuno in italiano li chiami cappelletti — con una protezione davanti per parare il colpo di sciabola, una cosa di ferro per proteggersi la faccia.
Si occupano della ricognizione, di inseguire i nemici, praticamente della guerriglia. Bisogna pensare che la guerriglia è antica come il mondo; come dice un giornalista, sono uomini privati, che non sono corpi dell'esercito, incaricati di devastare la linea di rifornimenti nemica: la cavalleria leggera in questo caso, o unità di fanteria montata che saranno i dragoni, o come si chiamano, archibugieri a cavallo. Senti, Pepe: 300 cavalieri e 300 dragoni, vai sulla linea di rifornimenti.
È il compito principale della guerra. Si calcola che per ogni 10 morti in una guerra dell'età moderna ce ne siano di più per la guerriglia che per la battaglia campale. Dei 10 morti totali, sei muoiono di malattie, tre per le ferite e uno direttamente in battaglia. La medicina di quel tempo era quel che era, anche se la scienza medica fa un grande passo avanti: per la prima volta il medico è obbligato a estrarre la pallottola dal corpo di una persona.
C'è una storia, che non è una storia vera, ma per poter citare una fonte: nella storia della Repubblica Italiana il giorno con minor mortalità in assoluto fu il giorno dello sciopero generale dei medici. La verità è che la visione più semplice è che il medico non serve a niente; la realtà, se il medico
...ha firmato il certificato di morte del signore. Chiaramente, però, come si modifica una fonte storica, davvero.
Però ha dovuto lasciare una guarnigione piuttosto notevole a Milano, circa 6000 soldati, perché, ricordo, ancora... uno, due, tremila soldati imperiali... soldati a Milano. Escono da Milano, arrivano...
Presente: 30 km più o meno. La marcia di un esercito era tra i 20 e i 35 km, o meno, per il semplice motivo che ci sono le strade: la strada da Milano a Pavia... la ferrovia, però, conoscendo la ferrovia italiana, tarda... questo è un piccolo problema, no? È un'antica strada romana che collegava Milano con Pavia, l'antica strada romana, la via Emilia da Milano a Lodi, e se occorre, oppure più in basso, la via Emilia che passava proprio per Piacenza, Voghera, Alessandria, Torino, che è un sentiero che d'inverno è un pantano. Portare un carro fino in fondo, in Italia, in un pantano: così si resta nella melma. Per questo, se dico che all'inizio di febbraio, prima della battaglia, si riduce a 24.000 fanti e 1500 lance, vittime...
Durante l'assedio Francesco I commette errori. Il primo errore a Pavia è di non inseguire chi si ritira... mesi, i tedeschi veterani di Frundsberg dalla Germania. Con la decisione... per tentare di conquistare Napoli: errore. Problema: decide di inviare parte... con 4500 veterani italiani, perché ci sono gli spagnoli, i lanzichenecchi, gli svizzeri, però moltissima fanteria italiana, sia nel campo francese sia nel campo spagnolo, chiaramente.
Ai 4500 veterani italiani, che arrivano al comando di Giovanni dalle Bande Nere, che è il nipote del papa, un Medici, che sarà il padre del futuro granduca di Toscana Cosimo, che però in quel periodo è partigiano antimperiale. Questo signore muore... e a Pavia non combatte perché è ferito, e nella fase dell'assedio deve tornare a casa per curarsi le ferite. Morirà nel 1527 per una cannonata: muore un signore che non aveva neanche 30 anni. Una colubrina... gli tagliano una gamba e muore praticamente di cancrena. La ferita si infetta, gli tagliano la gamba, però troppo tardi.
E si rivolge ai difensori... uomini, ce n'è di tutti i tipi. Al comando della città sta un veterano spagnolo di tutta una vita, che è Antonio de Leiva, molto amato dalla popolazione. Perché la città si difende? Tre cose, dice lo storico inglese. Primo, che c'è una forte presenza di difensori che sono soldati veterani. E hanno la possibilità di essere soccorsi: Lodi, 30 km. A 30 km c'è un esercito. Leiva dice: i soccorsi... bisogna resistere. Terzo, la volontà della popolazione, lo dico. Pavia è una città imperiale e la popolazione sa perfettamente cosa succede se è in mano francese. Perlomeno, quando parlo della popolazione intendo la gente che veramente ha il potere: i patrizi, i nobili, i ricchi. Al povero abitante di Pavia, al contadino che è venuto, è indifferente. Se lo uccidono i francesi o lo uccidono gli imperiali, il morto di fame è il morto di fame.
Lo dico: ci sono 4000 lanzichenecchi e uno dei capitani dei lanzichenecchi è von Frundsberg, uno dei grandi generali imperiali... von Franquen. 1000 fanti spagnoli, 200 uomini d'arme spagnoli, cavalleria pesante, però probabilmente tra questi ci sono molti italiani; 200 cavalli leggeri che sono tutti italiani o albanesi, come si diceva allora, perché venivano dal regno di Napoli, e alcuni di loro effettivamente erano discendenti degli albanesi che arrivavano dall'Albania scappando dall'avanzata turca. Ci sono comunità ancora oggi in Puglia, in, come si chiama, in Calabria, che parlano dialetto albanese perché sono discendenti di questi cristiani che sono scappati dall'avanzata, dall'arrivo dei turchi. E le milizie locali... non ci sono, perché effettivamente non combattono.
Il grande problema è che servono veramente anni per ottenere un buon soldato. Il soldato, in una lotta che si fa ancora corpo a corpo, deve avere un certo spirito per uccidere un uomo. La morte principale viene ancora per dissanguamento: quando un quadrato di picche svizzero affronta un quadrato di picche di lanzichenecchi, si uccidono con armi bianche, e chiaramente la causa principale di morte è morire dissanguati. Però bisogna avere la capacità di restare lì a cercare un colpo di picca o pararlo. Non credo che... il signor Antonio de Leiva, con un naso pronunciato.
La città resiste. Come avete visto, il 7 novembre inizia l'assedio, il 28 si apre la prima breccia. Pavia ha ancora mura medievali, non c'è nulla di moderno, però il Leiva, che conosce la situazione, fa costruire dietro le mura, dai difensori, tra le mura e la città, nello spazio interno, una serie di mura difensive provvisorie, in modo che quando cadono le mura, i francesi che prendono la breccia si trovano davanti la nuova difesa. Il 10 novembre i francesi prendono il ponte vecchio.
Questa è una pianta, più o meno. Guardate: questa è la città di Pavia murata, nel mezzo del Ticino. Questo è il ponte vecchio, però i disegni del XVI-XVII secolo sono al rovescio rispetto a noi: il sud sta a nord, tipico della cartografia medievale. Se vedete gli antichi portolani del Medioevo, l'Africa sta a nord dell'Europa... africani. Questo è il ponte vecchio, che sta qui; qui c'è un ridotto difensivo che i francesi prendono il 10 novembre, però il problema è che non possono fare nulla: qui c'è il fiume, e tenteranno soprattutto di deviare il fiume, ma siamo a novembre, e che succede? Una valanga d'acqua si porta via tutto, e la gente che sta lavorando per deviare il fiume, lasciamo stare. L'altra cosa che fanno, più o meno, è costruire un ponte di barche per avere il collegamento tra le truppe che stanno a sud e a nord. Le truppe che stanno a sud della città non parteciperanno alla battaglia: troppo lontane.
Questo parco è il famoso parco del duca di Milano, dove andava a caccia, ed è dove effettivamente ha luogo la battaglia. Com'è il parco? Murato; qui c'è la Certosa di Pavia... per cacciare un po' e... i suoi peccati. Ed è murato non per motivi difensivi, ma per evitare che i contadini entrino a mangiarsi i cervi, quelli del principe. E c'è un piccolo castelletto che sta lì nel mezzo, il Mirabello, che non è un castello militare, è una palazzina del duca, che quando va a caccia sta lì; però è importante che si trovi nel mezzo del parco ed è rilevante nella battaglia. Come vedete, poi il 15 novembre i francesi aprono varie brecce e il 21 novembre c'è l'assalto generale, soprattutto da due lati: dalla porta di San Lorenzo e, al lato est, dalle cinque abbazie. Sono cinque abbazie che oggi non esistono più, che stavano fuori le mura. I francesi avevano posto soprattutto gli svizzeri: San Spirito, San Paolo, San Giacomo, San Pietro e San Lazzaro; chiaramente sono nomi italiani... in spagnolo... abbazie in questo settore del territorio. Queste sono le cinque abbazie. Questo è il castello di Mirabello, come lo vedete oggi: un peccato, è un disastro. Il fossato che lo separava, perché c'era un fossato con, chiaramente, il ponte, non come opera difensiva, semplicemente per quando il duca di notte... altri venivano a casa sua, e il fossato serviva semplicemente per evitare...
L'assalto è un disastro: i francesi perdono migliaia di uomini e decidono semplicemente di prenderla per fame, dato che effettivamente è una sciocchezza caricare a testa bassa come un toro ed essere ammazzati dagli spari dei difensori. Così decidono. Però Antonio de Leiva non sta seduto con le mani in mano e comincia una serie di sortite, uccidendo di notte negli accampamenti nemici. Entra nell'accampamento italiano e uccide 700 italiani, li sgozza di notte: una camisada, cosa che sanno fare solo gli spagnoli. Di notte attacca gli svizzeri al San Salvatore... Questo ve lo ricordo per il semplice motivo che, quando arrivano le forze all'inizio di febbraio, chiaro, tutti stanno aspettando un nemico che non viene, e alla fine, quando attacca davvero, non ci credono, come nella favola di Pierino e il lupo. Alla fine, quando è vero, nessuno corre, non ci si pensa.
La resistenza della città... il marchese di Pescara, che tra i due è il vero militare veterano, organizza... il 24... gli imperiali, soprattutto la fanteria tedesca, sette-ottomila tedeschi di Frundsberg, uno dei grandi imprenditori militari tedeschi, perché loro reclutano a proprie spese, con i loro capitani, sperando chiaramente che l'imperatore paghi loro il soldo. Non va a scherzare economicamente... un po' dubbiosi... la reputazione...
Le forze imperiali si radunano e iniziano la marcia; Sant'Angelo Lodigiano, che sta a pochi chilometri da Pavia; ancora oggi c'è la strada statale che da Pavia va a Lodi... che passa per queste città, un paese che avrà 10 abitanti. E il 3 febbraio arrivano a Pavia e pongono l'accampamento imperiale di fronte alla casa dei Levrieri... questo marchese del Vasto, di Pescara... Qui, l'accampamento imperiale: è la casa dei Levrieri e la porta del Gallo, che è uno degli ingressi del parco. Non vanno all'attacco della posizione francese: il francese è trincerato, però il Pescara dice: io non mi metto ad attaccare a testa bassa un campo fortificato, con tutta una mattanza, e aspetta fuori. Tre settimane... La prima mancanza...
I francesi chiaramente non attaccano perché: io sto trincerato e aspetto. Gli imperiali chiaramente sono fuori... e c'è un problema, la decisione, perché c'è sempre una comunicazione diretta con i difensori della piazza, tramite messaggeri c'è comunicazione, e alla fine don Antonio de Leiva gli dice: guarda, siamo a corto di tutto. I soldati tedeschi... se non c'è denaro... Il problema è che don Antonio ha fuso tutto l'argento delle chiese per farne moneta. Sì, sì, ci sono monete del secolo ancora nei musei, che sono monete coniate con l'argento delle chiese, e loro hanno coniato moneta d'assedio varie volte: di colpo si prende tutto l'argento, si fonde, si brucia, si fa una moneta provvisoria d'argento o d'oro a seconda di ciò che hanno utilizzato, per soddisfare i mercenari. Il problema è che non sanno più cosa bruciare: hanno bruciato tutto.
La sera si prepara il piano, e l'attacco frontale è un disastro. Si pensa di prendere il castello di Mirabello, visto che sta nel mezzo del parco, per tagliare in due la linea francese... far uscire la guarnigione, a nord... Mirabello... la linea francese, che nel castello ha l'accampamento principale del nemico con il parco d'artiglieria. Una linea nemica tagliata in due: che succede? O i francesi tentano la battaglia o si ritirano; in qualunque caso il risultato è raggiunto. Si preferisce che se ne vadano senza dare battaglia, e il problema degli imperiali è che stanno finendo rapidamente il denaro: il Pescara deve pagare i tedeschi, e l'esercito che hanno reclutato con molta fatica, con molta spesa, si perde in poche settimane perché non può essere pagato. Problema.
Il castello... le forze in campo: si calcola che abbia circa 20.000 fanti, poca cavalleria, e 4-5000 in grado di combattere, i morti... Chiaro, i difensori hanno avuto perdite. All'inizio di febbraio pensate che Francesco I poteva contare su 25.000 effettivi totali dei 30.000 che aveva, sì, per 5000 uomini; però alcuni giorni prima della battaglia 2000 grigioni svizzeri... reclutare.
In campo, quali sono i punti di forza di ciascuno? Beh, per i francesi è la gendarmeria, la cavalleria pesante feudale: un gendarme francese pesantemente corazzato, con la sua spada, la lancia, la mazza e il martello, tutti strumenti abbastanza mortali; un ragazzo che all'età di 6-7 anni viene cresciuto per la guerra, nobile chiaramente. L'armatura dipende dal portafoglio che avete, come voi quando comprate un'auto. L'armatura è ciò che salva la vita a Francesco I; però Francesco I aveva un portafoglio che gli ha permesso di comprare il meglio del meglio, come dire che lui è sul campo di battaglia con una Ferrari; il povero La Palice, che era un nobile, sì, gran guerriero, però abbastanza povero, se la cava con una Fiat Panda. La differenza è questa.
Ci sono gli svizzeri, che però, come dico, per la maggior parte sono grigioni... abituarsi... ho parlato della Bicocca: Marignano, Bicocca, le battaglie dei francesi con gli svizzeri, un salasso di veterani svizzeri. Alla fine, a Pavia, la gran maggioranza degli svizzeri non ha esperienza effettiva in guerra, perché i veterani sono morti. E, chiaro, ci sono lanzichenecchi tedeschi che servono la Francia; questo è un punto di forza, perché sono lanzichenecchi veterani, la famosa Banda Nera, sono circa 4000; non se ne salva nemmeno uno, perché Frundsberg, fedelissimo dell'imperatore, dà ordine di tagliare la gola a tutti, niente prigionieri. Gli italiani di Giovanni de' Medici, che però non partecipa alla battaglia perché è ferito, che sono veterani, e la fanteria francese, i guasconi, che tutti considerano la peggior fanteria del mondo. Sono come sono: picchieri. Nella battaglia, le picche nelle prime file: questi sono i più corazzati, perché devono affrontare la carica nemica; ... meno pesanti, però davanti, e quando uno se ne va per conto suo... problema. Veterani... in pochi minuti.
Gli imperiali: punto di forza, i veterani spagnoli... la gran maggioranza dei lanzichenecchi, 10-12.000 soldati imperiali tedeschi che sono lanzichenecchi. La cavalleria è scarsa e di cattiva qualità... un peccato. Una cosa: mentre il signore feudale francese è sempre un tizio che ha parecchio denaro, dei cavalieri tedeschi... il problema è che comprare un buon cavallo e una buona armatura, si è calcolato, vale come 70 o 100 vacche: un patrimonio. Sono tedesco, non sono tonto, non vado a sacrificare il patrimonio di famiglia perché mi rovino l'armatura o il cavallo. Non ho nessun problema... la storia ancora oggi lo spiega: la cavalleria... perché il nobile che è giovane e povero non può perdere il patrimonio di famiglia in uno scontro. Un ragazzo, se si mette male... per una sciocchezza, però è vero. Ricordo solo il 1356, quando si cattura il re di Francia con molti cavalieri francesi: famiglie francesi si rovinano perché hanno perso i cavalli e devono pagare il riscatto del prigioniero. Sì, io sono molto nobile, sono un potente hidalgo, però sono un cavaliere tedesco: la mia missione è un paese con quattro vacche, un curato, tre contadini, il diritto di alta giustizia... la povera vacca. Mi chiama l'imperatore: se perdo il cavallo, devo comprarne un altro.
I cavalli, in quel secolo, non stanno in Francia... Però effettivamente i cavalli stanno in Ungheria, che si sta perdendo contro i turchi, in Polonia, e pensate all'Inghilterra: il mitico cavallo da guerra di tutta l'età moderna della cavalleria pesante, il purosangue anglo-normanno, e gli inglesi, i cavalli... Piccolo problema, che è esattamente il problema di ottenere cavalli: la Spagna è povera di cavalli. Io non ho mai visto un cavallo per l'Estremadura. Inoltre un cavallo beve una quantità d'acqua impressionante. Il povero cavallo si sacrifica, e inoltre il cavallo muore più rapidamente di un uomo. È il problema di reclutare migliaia di cavalli ogni volta per sostituire i cavalli malati, per le coliche o per quello che muore per incidente: se si rompe la zampa, il cavallo lo abbatti. Però questo per dire che la cavalleria è scarsa, di cattiva qualità. Punto di forza: gli archibugieri spagnoli; effettivamente gli spagnoli, nel compito della fanteria, sparano e si mettono dietro...
Un'illustrazione classica... migliaia, anche perché c'è una leggenda su di loro, soprattutto nel Romanticismo tedesco del secolo XIX, Goethe, Schiller: tutto questo fa del lanzichenecco un eroe popolare tedesco. Era un soldato mercenario di ventura: gli era indifferente l'imperatore o il re di Francia, dipendeva da chi pagava. Però nel secolo XIX, soprattutto all'epoca delle guerre napoleoniche, nasce la mitologia del vero eroe tedesco patriota, che è il mercenario.
Come inizia la battaglia? La divido per fasi orarie, più o meno, perché non erano gli imperiali con i cronometri a contare l'ora, però più o meno alle 10 di sera gli imperiali cominciano a muoversi, escono dall'accampamento, costeggiano il parco, il muro del parco, che, ripeto, non è un muro difensivo e si salta: serve per evitare che i contadini vadano a mangiare la cacciagione del duca. Per la legge del ducato di Milano, se uccidi un cervo del duca ti uccidono. Poi sua graziosa maestà Filippo II trasformò la pena capitale nella galera: la galera di Napoli, di Spagna.
Chiaro, ci sono diverse teorie sul punto d'ingresso: per Porta Pescarina, che è a nord... è l'ingresso da nord; Porta Pescarina sta qui. Dall'accampamento imperiale hanno fatto il giro e sono entrati più o meno per arrivare al castello di Mirabello, che sta qui, nel centro. La porta è la porta dei Levrieri: il levriero, in italiano, è un cane, un cane da caccia grande. Un'altra teoria è che passano un pelino più a sud della Porta Pescarina: qui sarebbero entrati praticamente un poco, un pelino più in basso; bisogna dire che la differenza è più o meno di 1 km. Però ricordate: iniziano alle 10 di sera, bisogna abbattere il muro e non si può evitare che i francesi sentano i rumori. Il marchese di Pescara dà ordine all'artiglieria imperiale di sparare con tutto contro le posizioni francesi, beh, di sparare con tutto ciò che ha contro Torre del Gallo e casa dei Levrieri, l'accampamento francese dell'est, per far intendere che poi attaccherà da lì e per coprire il rumore.
il ruido del movimento della tropas además e il problema che quando los tenido abrir la brecha, la brecha, il movimento se pone soldados de pala, de pico, pala para per la brecha muraglia para permettere a los caballos e a hombres de passar e il problema è ruido e chi entra alla squadra della madrugada, il signor che comanda settore defensivo francunorro
lado di antes, però son tre semanas che stanobo e disarme dormir alla 4 della madrugada, però sentera che algo passa, però non ottiene soldados praticamente, son quattro stios e manda llamar al signor de Floran che sta nella Torre del Gallo. Unos kilómetros maran sur, un par de kilómetros mar di sera chi occorre algo. Il signor de Floran sale immediatamente con toda la infantería suiza che tiene e mil cabos per reforzare la posizione a San Nord. Saranno los primeros che entrano in battaglia, però ninguno se pensa di avvisare il re Francisco che sta in puerta repetita, che è nel plan della battaglia, e sta chi la madrugada.
La tropa del Pescara stan in massa nel parco. Hai un primero incontro entro l'avanguardia gala, la caballería e la caballería imperiale. E la cavalleria imperiale, os dicevo antes.
Chicos pacasa è il problema che tiene in todo lo cañones: se perde toda l'artiglieria. L'artiglieria, los imperiales non utilizzerà ninguna artiglieria nel campo di battaglia, o dici l'artiglieria sta fuera, l'artiglieria pesada che sta disparando, simplemente se avan un dozze piezas d'artiglieria para non manovrarlo nel campo de battaglia. Se pierde todo, sta alcuno disse che sono 106 cañones, alcuno doce, però se pierde to immediatamente. Per esto che dico imperiale aran battaglia sin artiglieria, perché non puoi seriamente cargare, lo hombre. L'artiglieria pesada è su una pieza enorme, necessita o 200 animales para moverla. También l'artiglieria francesa non se mueve, solo los piezas a praticamente los varios sitios della battaglia, entrado se Mirabello.
Campamento francese diviso in dos, re de Francia allestan con su soldados, 6 della madrugada.
Leiva de repente leva segnal la salida, segnal concordado. De repente todos cañones imperiales no disparan, un silenzio absoluto. Sì, puede ser que che un gallo ahí que cantava, però somos hombres dell'età moderna, è un momento de no ruido. Nosaltros se stamo acostumbrados a una cantità di ruido, è il classico turista che se va in una casa de campo, che sta accostumato a sentir passare lo ferrocarril, tranvía o è un paccarito, che se sto a chi un silenzio assoluto. E de repente despos
imperiales del campamento disparano un golpe e salien, che salire con la tropas, le sale con todo lo hombres, los enfermos, la milicia, de salen los flor, maioria suizos, che frente alla buena Leiva, de lo que sea lo que sta in marcha al norte, 6 della madrugada. Francisco reve notas, passato horas, che algo va.
Che Bonnivet, caval, va e dimelo che curre, se della madrugada, stamo febrero, non se ve una pinta de nada. Bon se pierde.
Occurre, se si media lo imperiale a San Tommaso, il Mirabello, e in questo momento la fuerza gala sta cortata in dos, e nel Mirabello mato todo lo che incontrano e se fortifica, o il castillo tiene un fosso, un bosque. È terreno abbastanza pantanoso donde se puoi nasconder bere. La set della mañana la battaglia, al Coolman Frundsberg e Fron City ci attaccano lo suizos con con sus tropas, lo liquidano in un quarto d'ora, 20 minutos, no. Hombre, son veteranos alemanes contro los pobres chicos che han bajado della montagna, se lo comen vivos con patatas. A Pescara con 4000 spagnolos, tanto la schenetez è nel castillo de Mirabello, e se pai los 4000 spagnolos arcabuceros.
Finalmente Francisco I con 3 horas de retraso decide di salire del campamento per aver lo occurre, sale con todo il cuerpo delle kerto, la cavalleria pesante d'avanguardia, los alemanes al centro, e detrás los italianos con con lo suizo, e una batteria francese che si posiziona cerca de Mirabello, son dozze cañones, e piazzano a disparare contro los alemanes.
7:40 más o menos della mañana, Francisco I: avevo un montón de muerto, fa bacco, la mia artiglieria c'è un trabajo stupendo. Non si entrado che se los alemanes avanzato che quando disparo lo cañones se tirano abajo. Dice in realtà lo cañones francese non ha matato praticamente a nadie, e dice: cargamos.
Praticamente la caballería francese sale, l'attacca la cavalleria pesada, non sea che todos los arcabuceros imperiales spagnoles che stanno al flanco protegido del bosque, una descarga massiva, descargar armas. In realtà lo che miran sono los caballos, però sa un chico de esto cade, tiene 30, 35 kg de por arriba, una grúa para levantarlo. E no existe, los caballeros franceses quando se ponen a caballo levantan con una grúa. So 70 kg de muscolo, 35 kg de hierro, me muevo come Frankenstein o menos, e claro tiene que levantarlo.
Frundsberg, il suizos de eliminar la última resistenza, muove all'altro lado e se pone contro al servizio de Francia. A chi è il momento crucial della battaglia, hai la battaglia, hai la matanza massa absoluta.
Estamos más o meno sai, este von Frundsberg marcia l'este contro francese, son los que che stan scappando al sur, lo que che os sono un par di buchi della battaglia, to da mentira artista ocnana, sit perig los suizos conquista il campamento fran storia del Gallo, il panico.
Lo suizos se stanno scappando. Los que se han quedado in Torre del Gallo abren la spuerta, su compagni che se stanando in massa, che han tirado las armas, perseguito por gente su con barba, che hablan con acento raro, e che se correr también, panico. Generalmente lo suizos stan nel panico más absoluto, también la sabadias resistencia, se marcia al río, perseguido por los sanchinettes, e chi avrà una gran matanza per il simple motivo che lo suizo non pensa ners, tirado las armas, e claramente è nel furor della battaglia, il momento de massacre in qualche battaglia, e quando un nemico non se defende porque il vencedor puede matar a su antonio todo lo che dice, suizos miles og della mañana.
Praticamente la battaglia è stempirata nel campo principale frente al castillo de Mirabello. Los imperiales aniquilato resistenza della sezas galas, bandas alemanas han dejado de existir. Los españoles catturan la batteria de 12 piezas franceses. Amen. Capturado re de Francia, la battaglia praticamente se acaba chi
45 della mañana. Los pontones nel río che stanno utilizzando los suizos per passar, cenissimos a nel río da vord, de cortar los pontones de barcas, o los mismos franceses se ve los su scapp alemanes, il capitán francés que mandava la posta que ha dicho: cortar los puentes, passos. Muchísimos su sky nel río. Estamos en febrero, la capacità di aguantare l'agua helada son 5 minutos, además non creis que todo está vestido, además il resto è su río peligroso para nadar, una cosa che ha muchos chicos che vien del norte de África, d'Europa.
Portigos che tiran para abajo, de ninguno italiano van a dare nel Ticino, a che viene su un ratones del tamaño extra.
Della mañana la battaglia, il duque della, un bastardo real francese, porque è un principe della sangre, con che sea delle francese: vamos, vamos a casa, e piace a retirarse son la tropa della sud e al sur, tirato un disparo. La battaglia praticamente acabado, 3 y media, tanto dura la battaglia.
Che queda: bajas francesa. No hai ninguna fuente che coincide, va un minimo de 3500 muertos, che lo disse Marin Sanudo, un cronista veneziano, a unos 15000. Pensamos que los franceses dejaron il terreno entre 10, 11000 muertos. Bajas imperiale, stimamos que fuera minima, entre los 400 e 1000 muertos.
Por fin, chi ha preso Francisco primero? Non lo sabemo cierto. Varia leyenda, non lo sa come si chiama, leyendas nel siglo 19 che un arcabucero vizcaíno, non lo creo. Después hai la tradizione che ho pare che son tre caballeros spagnoli, Juan de Urbieta, Alonso Pita da Veiga e Diego Dávila, che catturano re de Francia che sta scappandosi del campo di battaglia, che un'imagen de Francisco I che viene. Tenis presente che la spada che se disse de Francisco I che sta nel museo de Paris non credo che era la spada de Francisco, per leyenda.
Después della battaglia, e concluimos: la battaglia veramente decisiva? No creo, perché beh, antes de todo perché le cargas imperial después della battaglia se casi dejó de esistir, no di nero, no, lu se van, ha la peste che mata spagnoles, mato de comandante, sì, l'epidemia peste. Además, historiadores militares, creemos che una battaglia por ser acabar completamente la guerra. La guerra sigue, Francia. Sì, claro, ha capturato un re de Francia, però la monarchia francese sopravvive. No es Panipat, quando il Mogol mata al sultán de Delhi e conquista ad un imperio, o Solimán quando vence la battaglia in Hungría, Mohács, che mata il re Luis d'Hungría e tomó Hungría. Sono una battaglia di sesia, un reino desaparece della notte por la mañana.
Altra questione: la caballería perdió definitivamente su papel? No. Eh, hai che una cosa: Pavía fu praticamente eccezionale per la cattura del re de Francia, non pierde il suo papel nel campo di battaglia. Hai battaglia como la de San Quintín, la caballería che decide la battaglia. La caballería sigue siendo sempre un elemento portante de los ejércitos. Claro, non tienes che pensar che la lanza la carga desesperatamente contro una posizione fortificata, ma non terrà sempre su papel di avvistare al nemico, de cortarle líneas de abbastimento, de perseguir la tropas che stan ritirandose. Però è su una leggenda che Pavía cierra un'epoca. La caballería resta un'arma importante della guerra hasta l'invenzione della ametralladora, e a chi me
Gracias.
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